mercoledì 27 novembre 2013

Il bollino, il servizio pubblico e la BBC

Le prove di Strictly Come Dancing, format di BBC1 (in italiano Ballando con le stelle).
E' passata quasi inosservata la notizia di circa un mese fa secondo cui l'EBU, cioè l'associazione delle tv pubbliche europee, avrebbe indirizzato alla Rai una lettera in cui deplorava la decisione di inserire prossimamente in video, per ogni programma, un "bollino" che distingua i programmi "di servizio pubblico" da quelli pagati dalla pubblicità.
Spesso ci dimentichiamo di essere in Europa, e quindi la decisione di un membro dell'EBU coinvolge le altre tv pubbliche.
Tony Hall, Barone di Birkenhead,
Direttore Generale della BBC.
A quanto mi dicono, i primi a eccepire sono stati quelli della BBC. E giudicate voi se la questione non ci riguarda direttamente. Dicono quelli della BBC (citati sempre e spesso a sproposito quando si tratta di indicare un esempio per la Rai): per noi servizio pubblico significa, da circa ottant'anni "informare, educare, divertire". Quindi tra i tre compiti del public service c'è quello di proporre uno standard di intrattenimento tv a cui, semmai, i competitor si debbano adeguare. Se il concetto di servizio pubblico si riduce a quello di realizzare "trasmissioni di servizio" (come la meritoria riproposizione di concerti, opere, balletti e mostre d'arte) avremo sicuramente il servizio ma molto probabilmente non avremo il pubblico.

E allora? Il fine è quello di ridimensionare pesantemente il servizio pubblico stesso? Va bene, può essere un'ipotesi. Allora prendete una rete e mettetetela sul mercato, fatene un Channel Four all'italiana, datele la libertà di cercare pubblicità senza limiti, di sporcarsi le mani, di mescolare alto e basso, talent e documentari, fiction innovative e comici politicamente scorretti. E con i soldi risparmiati rilanciate le altre due. Paura, eh?
Indietro tutta, di Renzo Arbore.
Non va bene? Però "con i soldi del canone non si pagano le ballerine"? OK. Facciamo un esempio. Ballando sotto le stelle: non sarà il cuore della politica culturale della Rai, certo. E neanche un programma rivoluzionario. Ma guarda caso, è un format della BBC che la BBC (con i soldi del canone inglese, peraltro più salato di quello italiano) trasmette sul canale principale per il pubblico (pubblico, appunto) britannico. Niente bollini.
Vogliamo fare un esempio storico, così ci capiscono anche i politici, che sono rimasti alla tv di vent'anni fa? Renzo Arbore. Se non ci fosse stato il servizio pubblico a produrlo non ci sarebbe stato Renzo Arbore:  niente Alto Gradimento, niente Altra domenica, niente Quelli della notte, niente Indietro tutta. Ma niente Arbore, o niente Chiambretti, avrebbe significato spingere la concorrenza privata a replicare semplicemente i varietà tradizionali Rai. L'idea iniziale di Berlusconi era: rifacciamo Raiuno ma con più lustrini e più tette. Per cui niente Iene, niente Striscia ecc. E niente inchieste di Striscia e niente invasioni delle Iene, per i paradossi della storia, avrebbero significato niente Report. Questa poi ve la spiego, ma fidatevi. Insomma: servizio pubblico vuol dire spingere in alto l'asticella e sfidare tutti a confrontarsi con un modello popolare ma più alto rispetto alle banalità. Oppure fate un bel canale su Youtube collegato con la Scala, la Biennale e l'Expo e poi tutti a casa.

giovedì 21 novembre 2013

Schermi sempre più grandi dopo la crisi?

The Chorus, mediometraggio realizzato dalla NHK giapponese in qualità 8K.

Mentre noi discutiamo del 4K (e oggi a Roma c'è un convegno, organizzato dal Sole 24 Ore e da Millecanali, sul cinema digitale) i giapponesi della NHK stanno già sperimentando l'8K (che, lo ricordo, è quattro volte il 4K, che a sua volta è 4 volte l'alta definizione tradizionale che a sua volta è quattro volte la definizione standard). Insomma, un formato di ripresa e memorizzazione che fa impallidire la definizione dei film proiettati oggi nelle sale (e per inciso, ricordo che nei cinema i proiettori 4K spesso vengono usati, come nel caso di Gravity, per proiettare sullo schermo immagini 2K, in pratica poco più della definizione del Bluray che potete comperare nel più vicino negozio di dischi).
Ovviamente questa super alta definizione ha senso solo se viene visualizzata su schermi o da proiettori in grado di riempire una stanza. Questa è l'idea del futuro della fruizione casalinga secondo i giapponesi. E verso schermi sempre più grandi si orienta anche il mercato di consumo americano, se Netflix sta già testando lo streaming a 4K.
Uno schermo immersivo OLED della Samsung, presentato a CBS News.
Per i coreani, poi (vedi Samsung) il futuro è negli schermi curvi. Televisori leggermente concavi, in modo da dare una sensazione più immersiva allo spettatore. Ovviamente, entrambi studiano le tecniche per riprodurre il 3d senza l'uso di occhiali. Mentre quelli di Google puntano tutto sugli occhialini. Ma in questo caso per sostituire lo schermo. Non schermi giganteschi ma schermi davanti agli occhi. Come finirà non è facile stabilirlo, visto che tutto questo gigantismo dei giapponesi dovrà fare i conti con il trend mondiale (accentuato dai social network, da youtube e dagli streaming sui tablet) verso la  fruizione individuale. Le due tendenze convivranno? Apple troverà la chiave? Il second screen sarà la soluzione?
Tanto sono cose che vedremo quando sarà finita la crisi, e soprattutto quando anche da noi la banda larga sarà qualcosa di più di una chiacchiera, campa cavallo.

[Update: Se volete vedere la resa del 4K in una ripresa televisiva, in questo link c'è il making of del concerto dei Muse, registrato quest'estate a Roma con 16 Sony F55. L'elemento interessante non è solo la definizione (se volete vederlo almeno a 1080p visualizzatelo da Youtube cambiando la risoluzione) ma anche la "pasta cinema" che ne esce fuori, data dalla profondità di colore di queste camere e dalla scarsa profondità di campo tipica del super 35].

mercoledì 20 novembre 2013

Diane, l'ultima testimone dell'epoca disneyana

Diane Disney Miller (1933-2013).
Un mese prima di compiere ottant'anni è morta Diane Disney, coniugata Miller, l'unica figlia biologica di Walt Disney. Diane è stata l'orgogliosa e loquace testimone di quel pezzo fondamentale (e ancora incompreso) del Novecento americano che è stata, appunto, la fabbrica Disney. Della sua cultura, della sua creatività, delle sue radici e anche della sua controversa eredità. Diane Disney è anche stata la promotrice, qualche anno fa, del Walt Disney Family Museum di San Francisco, un luogo fondamentale per comprendere la cultura di massa americana.
Diane assieme alla sorella adottata,
Sharon Mae. che morì nel 1993.
Poiché le biblioteche sono piene di biografie di Walt Disney, ma poco di quello che è stato scritto ha veramente senso, direi che Diane Disney è stata la preziosa conservatrice di una vicenda storica che costituisce l'ultima vera connection tra l'America di oggi e un'America che non c'è più, ma che avevamo imparato, forse ingenuamente, ad amare. 
Narrano i biografi che per Walter Elias Disney quella figlia fosse una cartina al tornasole: un amato contatto con i sogni e di desideri dello sterminato pubblico a cui Disney si rivolgeva. Negli anni cinquanta del ventesimo secolo a quel pubblico non bastavano più le storie: aveva bisogno di un mondo, che desse una sistemata a tutte le angosce e a tutti i traumi di passaggio della generazione che aveva vissuto la guerra. E quel mondo fu Disneyland
Walt, ricordiamolo per l'ennesima volta, non era un uomo d'affari. Quello dei conti era il fratello. Walt Disney era un intuitivo e un sognatore. Con grandi convinzioni e grandi, diciamo così, ingenuità. Anche se il termine non è quello giusto. Si sa che ingenuity, nell'accezione angloamericana, è un termine intraducibile nella nostra lingua. Diane ci aveva aiutato a comprenderlo un po' meglio.


martedì 19 novembre 2013

Masterpiece e la galassia Gutenberg

I giurati di Masterpiece, talent per aspiranti scrittori prodotto da Fremantle per Rai3.
Se ti metti fare un programma che in qualche modo lambisce la società letteraria o quello che ne rimane (case editrici, quotidiani, intellettuali con il romanzo in tasca, ecc.) sai già che ti infilerai in un vespaio. Lo dico per esperienza diretta (da A tutto volume all'Angelo a Cenerentola con Simona Vinci ecc.). La polemica che ne risulterà rischia di avere poca o nessuna attinenza con l'effettiva materia del contendere e molta invece con invidie, cordate ecc.
Non ho intenzione di mettermi a fare il "critico tv" nei confronti di Masterpiece, sarebbe imperdonabilmente ridicolo e anche rivelatore di un conflitto d'interesse, visto che si tratta di colleghi- e pure bravi. Però (al netto del riconoscimento per la giusta scelta di utilizzare esplicitamente stilemi televisivi di questo secolo, come la metrica dei migliori talent, per la buona fattura del prodotto e pure per la scoperta in De Cataldo di un sornione televisivo doc) qualcosa sul problema posto da Masterpiece vorrei dirla.
Lo studio di Masterpiece, presso la Rai di Torino.
 1. Come è noto, l'Italia è un Paese dove nessuno legge ma tutti scrivono. Nel secolo scorso fecero rapidamente fortuna i piccoli editori che proponevano al professore in pensione, al farmacista del paese e alla bovary malinconica di pubblicare (a proprie spese, naturalmente) il frutto delle loro pensose serate davanti alla Lettera 22. Ne risultava una tiratura di 1000 copie circa, dal prezzo leggermente maggiorato se rilegate in similpelle. E quindi da noi è più facile incuriosire (magari random) raccontando la ricerca del successo di uno scrittore in erba piuttosto che narrando quanto sia interessante leggere quel tale o quel talaltro romanzo.
2. Quindi risulta inevitabile puntare sul personaggio: meglio se, come ogni partecipante ad un talent, assume in sé qualche caratteristica "mostruosa"- in senso buono naturalmente. Qualcosa, cioè, che colpisca l'immaginazione dello spettatore.
Apostrophes, condotto da Bernard Pivot su Antenne 2 fino al 1990.


 3. D'altronde anche uno degli esempi più blasonati di "programmi culturali", il francese Apostrophes, che negli anni ottanta fece gridare al miracolo i nostri intellettuali, era basato sostanzialmente sulle capacità seduttive degli ospiti (ed è noto quanto, per ragioni storiche, un intellettuale francese sia in grado di parlare al popolo -e non solo al Principe- rispetto ad un letterato italiano medio). Perché, in fondo, la parola, la parola scritta, come la fai vivere in tv? Non puoi farla vivere, puoi solo falsificarla.
4. Ai tempi di A tutto volume (Casella prima e Bignardi dopo) trasformavamo ogni libro in classifica in un trailer cinematografico. Facevamo vivere il plot del romanzo (se c'era) o qualche suggestione presa qua e là. Funzionava. Ma il testo scompariva, eh. Quello devi andartelo a leggere. Mentre in tv la prima domanda di un professionista intelligente è: cosa si vede?
5. Forse invece di sfidare i concorrenti a scrivere una sorta di temino li si poteva far misurare con forme brevi più contemporanee, dall'onnipresente tweet al soggetto di un racconto scritto o visivo, alla pubblicità. (Magari è una stronzata, non prendetemi alla lettera).
6. Ma il punto vero è che la parola scritta appartiene, com'è noto, a un'altra Galassia. Là si studia il colore di una frase, qui ci si misura con la color correction. E' una distanza siderale, che nemmeno l'ascensore della Mole Antonelliana potrebbe percorrere in tempi televisivi.

venerdì 15 novembre 2013

I segreti di 2001: c'era perfino Internet

Un fotogramma di 2001: A Look Behind the Future (1966).

Il blog Mentorless (che segnalo a chiunque segua Glenville) ha scovato un "making of" di 2001, Odissea nello spazio datato 1966 (e quindi precedente all'uscita del film). E' un documento straordinario di un'epoca di creatività e di ottimismo sul futuro. C'è persino la prefigurazione di Internet, con tanto di laptop (dentro una ventiquattr'ore) che riceve e manda documenti "che verranno trasmessi elettronicamente". Il "making of" consente un incredibile sguardo dietro le quinte della complessa macchina di prefigurazione del futuro messa in moto da quel genio di Stanley Kubrick, che coinvolse scienziati, inventori, illustratori e scenografi.


mercoledì 13 novembre 2013

Che cos'è questo 4K e quando ha senso?

Comparazione tra la definizione tv standard, quella HD e il 4K.
Qualche amico comincia a chiedermi notizie sul 4k. Natale è alle porte e nei grandi megastore qualche televisore a 4k è già in esposizione. [4k è la risoluzione quattro volte più ampia dell'alta definizione tradizionale. Che vuol dire? Fate conto che il fotogramma televisivo sia una foto stampata: la foto che corrisponde a un'inquadratura del TG1 è 16 volte più piccola di quella che corrisponde a un fotogramma 4k. E infatti 4k è la risoluzione oggi impiegata per girare i film in digitale].

Un videoproiettore 4K della Sony per il mercato consumer
(8000$ circa).
Uno può dire: ma con questa crisi vi pare che la gente si mette a comperare televisori a 4k, ammesso che sappia di cosa stiamo parlando? La risposta è semplice: le industrie dell'elettronica stanno lanciando il 4k proprio perché sono in crisi. Ormai anche la nonna ha ricevuto in casa un lcd (magari a 720p, quando i figli sono passati al 1080p), e anche se non le serve a nulla perché lei guarda Rete4 senza sapere che al canale 504 c'è Retequattro HD, diciamo che il cambio del parco televisori è ampiamente compiuto in tutto l'occidente. Quindi occorre trovare una ragione di marketing per spingere almeno i più ricchi a cambiare di nuovo tv. Una specie di IMU a favore di Samsung, LG ecc.
Ma a che serve il 4k? E' presto detto: se avete i soldi per comperare un video proiettore come il Sony VPL-VW500ES (a Natale verrà via con 7mila euro) e un lettore di Bluray a 4k (con relativi dischi da 100 Gigabyte, arriveranno presto) otterrete, per la prima volta, il cinema in casa.
Un televisore quasi 4K (UHD) della Samsung: ha senso
solo dai 65 pollici in su.

"Cinema in casa" è una frase che le aziende produttrici di elettronica consumer usano da almeno un ventennio, ma finora era più che altro una formuletta di marketing. La novità è che per la prima volta la promessa sarà mantenuta, per un motivo molto semplice: ormai gran parte delle sale cinematografiche, anche in Italia, utilizzano proiettori digitali a 4k (se non ci credete, girate la testa durante la proiezione del film e guardate da dove arriva il fascio di luce) e quindi un proiettore 4k con relativo lettore e disco Bluray 4k replica-esattamente-l'esperienza-di-sala. Esattamente, attenzione, se avete una casa grande e uno schermo di almeno due metri e mezzo di larghezza.
Non ce l'avete? Ma guarda un po'. Allora posso già annunciarvi che per voi (leggi: per noi) il 4k è inutile. Vi siete accorti che dal vostro divano non riuscite spesso a distinguere un film in hd da un film che arriva da un buon dvd? Per forza, avete un televisore grande 50 pollici o meno (meno, dài, diciamo meno) e siete seduti a più di tre metri dal vostro led (o plasma). Quindi non riuscite a percepire la differenza. Perché la definizione del vostro tv potrà migliorare all'infinito ma quella dei nostri occhi no. Vendono solo il modello standard. Quando siete seduti davanti al vostro televisore li vedete questi?

I pixel di un plasma hd tradizionale.
No? Certo: significa che siete seduti a più di un metro dall'apparecchio. Siete delle persone ragionevoli.
E quindi il mio consiglio è: se siete ricchi comperatevi pure un proiettore 4k (farà meno danni di un Suv e vi darà grandi soddisfazioni senza travolgere qualche passante). Se siete persone normali, e magari pagate anche le tasse, andando a comperare il vostro nuovo televisore preoccupatevi essenzialmente che  sia "smart" (cioè che sia pronto per i servizi on demand presenti e futuri) e poi che il nero sia veramente nero e non grigio scuro. L'occhio distingue principalmente la differenza tra chiaro e scuro, tra luce e buio. Maggiore è il contrasto, maggiore è la risoluzione apparente. Certe volte un plasma in offerta a 720p è meglio di certi lcd/led a 1080p che costano quasi il doppio. A meno che non vi sediate a un palmo dallo schermo.
In ogni caso, prima di mettervi un vero cinema in casa (esperienza bellissima, certo) fate un salto da vostro oculista.

domenica 10 novembre 2013

Cronkite e Kennedy: una lezione di giornalismo



Walter Cronkite ascolta gli aggiornamenti da un redattore fuori campo
durante la diretta della CBS sull'assassinio del presidente Kennedy.

50 anni fa John Kennedy veniva assassinato a Dallas e per la prima volta una tragedia politica si trasformava in uno shock mediatico. Mentre televisioni più "giovani", come la Rai dell'epoca, sospendevano le loro trasmissioni "in segno di lutto", la tv americana segnava con le dirette dell'evento (l'assassinio di Kennedy, raccontato a voce qualche minuto dopo, e l'assassinio di Oswald, ripreso in diretta dalle telecamere) il suo passaggio, drammatico, all'età adulta. Tutti citano, in questo caso, la telecronaca di Walter Cronkite, l'anchorman di CBS News, e del corrispondente da Dallas, Dan Rather. Ma pochi, almeno in Italia, l'hanno vista.
Il momento in cui Kennedy viene colpito,
da un fotogramma del filmato amatoriale di Zapruder.
E' il 1963, e mentre da noi le notizie vengono ancora lette da un annunciatore, la CBS decide di mandare in onda dalla redazione (la "newsroom", appunto) la cronaca, talvolta concitata ma sempre giornalisticamente tersa, di Cronkite. Dietro di lui (cinquant'anni fa!) un pool di giornalisti e producer che si affollano attorno alle telescriventi, passando foglietti, foto e documenti in diretta al conduttore del telegiornale. E' una lezione estrema. proprio perché seminale, di giornalismo televisivo, è uno di quei momenti che fanno comprendere perché le regole e la liturgia delle news americane rappresentino per la cultura televisiva statunitense qualcosa di più di una citazione retorica o del plot di una serie tv.

La storia dell'assassinio di Kennedy verrà rivissuta anche con il film Parkland (dal nome dell'ospedale di Dallas dove Kennedy venne ricoverato), che andrà in onda il 22 novembre su RaiTre (perché non è stato ritenuto degno di una distribuzione nelle sale? Mistero. Comunque credo sia un buon film, e fa bene RaiTre a mandarlo).

John Kennedy intervistato da Walter Cronkite.
Ma vedere spezzoni più ampi della diretta, oltre la breve clip che è rimasta famosa (quella in cui Cronkite si toglie gli occhiali e dà la notizia "apparently official" della morte di Kennedy, per poi fermarsi un attimo a deglutire) consente di notare molte altre cose: dal modo di lavorare della CBS in quei frenetici momenti allo stato d'animo della città di Dallas, raccontato live (il cameriere afro-americano che si asciuga le lacrime con uno straccio mentre tutti gli invitati al party che non avrà mai luogo sembrano impietriti), fino alle difficoltà tecniche (una sola camera a disposizione di Cronkite, tanto che quando gli porteranno una foto dell'auto di Kennedy il cameraman sarà costretto a zoomare goffamente per farla vedere). E la presenza robusta, invece, di un giornalismo di serie A. Quello che già qualche anno prima, sempre sugli schermi della CBS, aveva avuto per protagonista Edgar Murrow, un altro grande pioniere della televisione.

La prima notizia viene data da CBS interrompendo la soap più famosa del periodo, As The World Turns.

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Più tardi, quando tutte le emittenti locali legate  al network sono in grado di offrire la linea per la straordinaria, va in onda Cronkite dalla redazione.

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La telecronaca continua, con collegamernti con Dallas, dove il corrispondente è un giovanissimo Dan Rather, che più tardi sostituirà Cronkite alla guida del telegiornale più rispettato d'America, il CBS Evening News.
Arrivano le prime voci sulla morte di Kennedy al Parkland Hospital, ma Cronkite le fornisce con cautela.

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Mentre continuano gli aggiornamenti arriva la conferma ufficiale della morte di Kennedy. Si nota chiaramente il redattore alle spalle di Cronkite che strappa il flash d'agenzia dal foglio continuo della telescrivente. Cronkite dà la notizia definitiva in maniera secca e precisa. Poi si ferma commosso. Ma riprende subito il suo lavoro di cronista.

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Ha scritto Walter Cronkite nelle sue memorie: "Mi figuro l'industria televisiva come un grande palazzo dedicato al business dell'intrattenimento. Il giornalismo è in una dépendance a fianco. Nella porta che li collega c'è un enorme aspirapolvere che è in azione ventiquattr'ore al giorno, e che cerca di risucchiare nel palazzo più grande chiunque si avvicini troppo".

Nota: Le sequenze, che riporto come strumento di studio in base alla legge americana sul fair use, provengono dal vidigrafo (Kinescope) della CBS, ma sono considerate di pubblico dominio e come tali sono postate su Youtube.

N.B.: Chi legge il blog da dispositivi iOs (iPhone, iPad) non può vedere i video per un problema legato alla piattaforma Blogger di Google. Mi dispiace. Su Pc e Mac i filmati sono visualizzati correttamente.