mercoledì 25 ottobre 2017

Netflix toh, sul telecomando




Quando ci si arrabbia con i politici, o come dicono gli indignati di professione, con i “nostri politici”, si augurano loro le peggiori cose.
 
Personalmente, ai politici che hanno a che fare con la televisione auguro solo un piccolo innocuo accidente: che gli si rompa il teletv.
 Una volta costretti a comprarne uno nuovo scoprirebbero, i nostri politici, che il telecomando è cambiato (ebbene sì, anche quello) e che oltre ai pulsanti tradizionali se ne sono aggiunti molti altri: accanto ai tasti che vanno dallo 0 al 9, si sono aggiunti nuovi comandi che permettono di accedere a Youtube, Netflix e Amazon Prime. Accedere a serie tv e programmi di altissima qualità diventa sempre più semplice e intuitivo ed è così possibile avere una finestra di opportunità offerta ricca e veloce. Ecco la novità : la tv intelligente, che si connette a Internet  settata già  prima dell'acquisto.
Il nuovo modello di funzione è quello che il bambino impara con YouTube. Catch and buy. Magari per un euro.
La fabbrica dell’immaginario passa da lì, dai comandi su e giù del nuovo telecomando, quelli che aprono le porte delle nuove fabbriche dell’immaginario.
 La Rai, per una volta, non è stata a guardare. Ad Antonio Campo Dall’Orto va riconosciuto il merito di aver aperto la TV di stato all’universo digitale.
Però la Rai non ha fatto accordi con i produttori di tv, pertanto non è possibile accedere a RaiPlay dalla tv così come si può fare con Netflix (ad esempio da un Panasonic).
 Un bel passo in avanti se si pensa che fino a qualche tempo fa era bandito l’uso del logo di Facebook o di qualsiasi social network nella promozione dei prodotti Rai. Una follia in anni in cui i loghi dei social compaiono anche sul cartone del latte. E così siamo arrivati a percepire come qualcosa di assolutamente normale che ogni trasmissione venga accompagnata da un hashtag e l’invito a seguire, condividere, commentare, retwittare. Se questo è avvenuto, è grazie a Campo Dall’Orto. Chapeau, signor politico. 
Sempre a lui va riconosciuto il merito di aver puntato (e investito) tantissimo su RaiPlay. Fruibile da smart tv, tablet e smart phone, la piattaforma offre servizi in linea con i suoi concorrenti internazionali: dirette, speciali, vecchi e nuovi programmi, un buon archivio e un servizio di ricerca in espansione. Ma ciò che rasenta la rivoluzione è la grafica di RaiPlay (e della Rai!): lineare, pulita, chiara, contemporanea, facilmente fruibile, finalmente comprensibile. Un balsamo per gli occhi del telespettatore medio Rai abituato, direi rassegnato, alle font e infografiche che manco in Bulgaria. Finalmente, verrebbe da dire, una Rai al passo coi tempi.
 O forse no. O meglio, forse non fino in fondo. Ancora oggi, infatti, i programmi vengono pensati in funzione del palinsesto tradizionale e gli spettatori pensati come fasce orarie: a tale ora davanti alla tv c’è tale spettatore che in genere vuole vedere quella roba lì. Ma le cose stanno cambiando: telecomando o meno, oggi lo spettatore si sta gradualmente abituando a decidere di vedere quello che vuole come e quando vuole, in tv, su smartphone o tablet, basta una connessione internet o una rete 4G. 
Delle ricadute che questo comporta per i sistemi di rilevazione si è già detto e scritto moltissimo, ma un altro aspetto altrettanto rilevante riguarda chi la televisione la pensa e la vende. Ha ancora senso presentare un progetto in termini di pubblico e fascia oraria laddove il pubblico evidentemente ancora c’è, ma la fascia oraria no? Forse sì, ma non ancora per molto. è molto probabile che in un futuro non troppo lontano guarderemo al caro vecchio palinsesto come a quel periodo in cui era proibito inserire il logo di Facebook in trasmissione. “Come eravamo ingenui, diremo, il mondo stava cambiando e noi non ce ne eravamo accorti”.
 Torniamo al nostro politico e al suo divano, immaginiamo che egli scopra le infinite possibilità che la tv disintermediata può offrire, è molto difficile che una volta assaporata la libertà di creare il proprio palinsesto decida di tornare indietro. 

Del resto, “comandi fino a quando hai stretto in tuo telecomando” cantava qualcuno. A proposito, caro politico, sai che c'è? Livestream oppure Roku. No? Tu continua a Fazio.

giovedì 14 gennaio 2016

Il Capodanno e la Rai che perde l’orologio





Grandi polemiche e turbamenti per il Capodanno festeggiato con 40 secondi di anticipo su Rai1 (per non parlare della bestemmia in sovraimpressione). E pensare che per anni quello di toppare l’orario del Capodanno era il classico incubo delle tv commerciali coi loro veglioni registrati con giorni e giorni di anticipo. Una volta toccò anche a me. Correva l’anno 1991 (credo, ma poteva essere il 1992). Italia Uno, direttore Carlo Freccero, mi manda a Parigi con Gigi e Andrea (e Rinaldo Gasperi come regista). Io sarò il produttore, il Capodanno si farà dal Crazy Horse. Ma si girerà due settimane prima, fingendo la diretta ovviamente.

Lo spettacolo lo registriamo per due sere di seguito, così da mettere insieme il meglio delle due. In coda al secondo spettacolo Gigi e Andrea devono salire sul palco, in mezzo alle immancabili ballerine, e fingere il conto alla rovescia con apertura finale dello champagne. La platea del Crazy Horse è piena di turisti giapponesi che non capiscono ma si divertono molto. Quando torniamo a Milano per montare il programma la cosa più complicata è fare il calcolo esatto per far scattare il Capodanno posticcio all’ora giusta. Vado al Toc (la messa in onda di Italia Uno) e faccio vedere il punto esatto. Non ti preoccupare, mi dicono. Abbiamo il riferimento del time code. A mezzanotte del 31 dicembre, dal mio televisore di casa, scopro che il Capodanno di Italia Uno viene celebrato con un minuto di ritardo. La mia reazione del momento per fortuna non andò in sovraimpressione su nessuno schermo. Telefonata coi responsabili della rete che replicano senza ammettere obiezioni: Publitalia all’ultimo momento aveva venduto due spot in più nel break precedente, erano bei soldi, la mezzanotte del nuovo anno poteva aspettare. 

Galileo Ferraris.
La pubblicità è sacra per Mediaset quasi quanto il segnale orario lo è sempre stato per la Rai. L’ora esatta come simbolo quasi metafisico del servizio pubblico, per anni fornita dall’Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris, vanto degli ingegneri di Torino che per primi hanno messo in piedi la televisione italiana, prima del suo trasferimento armi e bagagli all’ombra dei palazzi romani. Se la bestemmia via sms finita in sovraimpressione può essere ricondotta all’errore umano di un controllore, la deliberata manomissione del segnale orario per un punto di share in più è un colpo ben più grave. D’altronde a cosa serve il servizio pubblico se perfino per l’ora esatta è meglio guardare il proprio smartphone?

Alla Rai non basta più la mentalità del battere la concorrenza ad ogni costo, il “chillo adda murì” che secondo la leggenda il direttore generale Biagio Agnes pronunciava negli anni ottanta quando parlava di Berlusconi e delle sue emittenti. Ogni giorno passato a lavorare nel cuore di Rai1, in questi ultimi due anni, ho ricordato a me stesso e ai miei collaboratori che si può e si deve battere la concorrenza senza ricorrere a qualunque scorciatoia: i punti di credibilità oggi valgono più dei punti di share. E basta poco per perdere entrambi, e non sapere più che ore sono.

mercoledì 4 novembre 2015

Netflix e l’Italia: sarà vero amore?



Netflix è bellissimo appena compare davanti ai tuoi occhi, è come quelle ragazze conosciute al bar che all’improvviso ti incantano magicamente, di cui sarebbe facile innamorarsi, ma quando si siedono al tuo stesso tavolo capisci che tu e lei appartenete a due mondi ancora troppo lontani per capirvi, per avere qualcosa in comune nel tempo. Così torni a casa davanti al televisore ultra hd e non ti resta altro da fare che iscriverti a Netflix. 

Da pochi giorni la piattaforma americana che trasmette e produce film, documentari e serie tv on demand, al costo di un abbonamento mensile tra gli 8 e i 12 euro, è sbarcata in Italia. Tutti si aspettano e profetizzano che sarà Netflix l’angelo sterminatore della vecchia tv generalista, l’arma che vendicherà la tv di qualità contro il generalismo, che piegherà Rai e Mediaset entrando nel cuore degli italiani. Come con i colpi di fulmine con le persone appena conosciute anche qui molte aspettative sono un po’ sopravvalutate. Innanzitutto c’è la banda larga che anche quando è davvero larga (tipo 100 mega a casa) non è sufficiente: la mia prima volta con Netflix c’è il sync tra il film e i sottotitoli che non funziona, rendendo tutto molto frustrante. 

Netflix si mette in competizione con la televisione, proprio come quei colpi di fulmine che vorrebbero farci dimenticare le vecchie abitudini ma in realtà ambiscono solo ad appropriarsene: arriva sul televisore, che ormai per molti è già smart tv, ma si presenta con una piattaforma simile a quella di iTunes o di Spotify. Fa sempre scuola l’intuizione di Steve Jobs che già vari anni fa aveva sostenuto che i supporti fisici (cd, dvd, perfino Bluray) non avessero futuro. Non c’è bisogno di possedere quello che importa è vedere, in fondo un ritorno agli albori della televisione. Ma mentre, con qualche sacrificio, in molti hanno finito per accettare l’idea di affidare la propria musica a Apple o la propria libreria ad Amazon, il rapporto degli italiani con la televisione è diverso. Non è un colpo di fulmine, ma è un affidarsi a un volto, a un’idea, a una storia riconoscibile. I colpi di fulmine vanno bene per le nicchie di mercato, ma per conquistare il pubblico televisivo italiano bisogna offrire un codice chiaro, una chiave che permetta di entrare nelle case del pubblico. Testimonial, prodotti, in un certo senso “ideologie” riconoscibili. 

La sfida decisiva per Netflix in Italia sarà quella delle produzioni nazionali: una serialità che non sono solo possa parlare in italiano ma soprattutto che sia pensata in italiano, e con queste sue caratteristiche possa poi trovare vita anche sui mercati esteri (in fondo la stessa sfida che tocca alla Rai, che però appartiene alla categoria delle zie un po’ amate e un po’ odiate, non purtroppo a quella dei nuovi colpi di fulmine). L’algida libreria virtuale è il futuro ma dentro bisogna portarci ancora le persone. Anche Sky c’è riuscita. E servirà un po’ di tempo, e un po’ di teste pensanti, per sapere se Netflix ce la farà. E mi raccomando, occhio alle connessioni.

mercoledì 5 agosto 2015

ISTRUZIONI PER NEOFITI RAI


Agosto, tempo di nomine Rai. Tutto nuovo, tutto già visto: come molti palinsesti estivi. Ad uso dei nuovi arrivati e di chi metterà piede per la prima volta nel mondo di viale Mazzini ecco poche ma utili istruzioni.

1)   Dire alla propria segretaria di filtrare le richieste di appuntamenti, se necessario facendo da scudo umano agli incontri casuali. Nei corridoi di viale Mazzini, fin sulle soglie della porta dell’ufficio, il nuovo arrivato si sentirà ripetere: “Finalmente hanno scelto lei in Rai, in questa azienda abbiamo visto cose incredibili, cose che voi umani, avevamo bisogno di una persona come lei, che sa come gestire un’azienda televisiva, che capisce il prodotto, il prodotto!”.  E infine, l’interlocutore si avvicinerà sempre di più, abbassando il tono della voce, quasi incurvandosi: “Posso dirle una cosa riservatamente, sa qui in Rai anche i muri hanno orecchie…”.

2)   Nel tempo libero leggere il poderoso tomo di George R. R. Martin “Il trono di spade" (si, quello da cui è tratta la serie Hbo “Game Of Thrones”, che se siete stati nominati a dirigere un’azienda televisiva nel 2015 si spera che abbiate già visto).

3)   Incontrando del Dirigenti del personale si dovrà tenere a mente quello che si diceva ai tempi dell’Unione Sovietica: sanno bene che truppe hanno. Non fidatevi delle spie del Kgb ma ascoltate sempre con attenzione quello che dicono”.

4)   Esiste un network delle segretarie. Esse sanno tutto: chi sale e chi scende in azienda, chi passare al telefono e chi no. La loro scienza è altissima e pressoché infallibile.

5)   La sera, uscendo dagli uffici di viale Mazzini, oltrepassando l’ombra del famoso “cavallo morente”, l’amico o collega dirà con tono suadente: fermiamoci a prendere una cosa al bar Settembrini. Fare molta attenzione: attorno al celebre locale volteggiano gabbiani romani e corvi di tutte le specie, dotati anche di biglietti da visita, obiettivi fotografici, minigonne. E camerieri appartenenti allo stesso network delle segretarie di cui sopra.

6)  Appena insediati nel nuovo ufficio nel tanto desiderato palazzo di viale Mazzini avvicinatevi a una delle pareti e con molta nonchalance, quasi carezzandola con la mano, chiedere: “Bello, tutto molto bello… Ma di che materiale sono queste mura?”. E attenzione al sorriso dell’anfitrione mentre  risponde: amianto... ma bonificato.
(continua)

lunedì 13 luglio 2015

Tv, addio industria

La tv è nata come una fabbrica. Una struttura impostata in maniera industriale, una catena di montaggio che sfornava programmi, fiction, immaginario. Oggi anche la tv rischia di diventare una fabbrica vuota. La complessità tecnica che sta dietro la produzione di immagini e programmi e la gestione del segnale televisivo si è ormai rimpicciolita fino a entrare nello spazio di un computer portatile, o addirittura di un telefono cellulare.

            
Bastano pochi minuti, un'attrezzatura che può stare in una valigia e che costa poche migliaia di euro. E con questo si può realizzare una produzione televisiva di livello assolutamente professionale, indistinguibile da quella dei grandi broadcaster. Per tutto il resto c'è Periscope, che è già nelle nostre tasche, dentro lo smartphone. 

E allora cosa ne facciamo della vecchia fabbrica e dei suoi lavoratori? C’è un sindacato capace di guardare la realtà con questi occhi e non con quelli di un vecchio Super8? La capacità e l’immediatezza della comunicazione oggi è quella che vince, la forza della storia che si vuole raccontare batte la forza dei mezzi messi in campo per raccontarla.

mercoledì 4 marzo 2015

Vesigna, scienza popolare



.Gigi Vesigna
Ieri è morto Gigi Vesigna, fu il direttore più importante di Tv Sorrisi e Canzoni, quello che incarnò il giornalismo televisivo negli anni d’oro e insegnò il mestiere a molti che gravitavano intorno a quel mondo. Vesigna aveva un’attenzione quasi religiosa ai gusti del pubblico, un comandamento che era introiettato dai giornalisti di Sorrisi a cui bastava rispondere, di fronte a tante richieste, “questo per Vesigna non funziona”.

Dirigeva Tv Sorrisi e Canzoni da prima dell’avvento di Berlusconi, e lo guardava con la curiosità e l’attenzione verso di un Berlusconi di un sorprendente cane da tartufo. Lo rispettava ma, in fondo era convinto di saperla più lunga di lui. Alla registrazione di un programma per Canale 5 arrivò Vesigna con un libro in mano, un libro che – diceva a tutti - doveva assolutamente finire di leggere. Era “Il falo delle vanità” di Tom Wolfe. Erano così le leve di Tv Sorrisi e Canzoni, come anche la leggendaria Rosanna Mani: comandanti di una nave convinti – e spesso a ragione – di avere uno sguardo più lungo di tutti. Più lungo del ricco, che in quel caso si chiamava Berlusconi.

Vesigna è stato il campione di un genere guardato sempre con diffidenza in Italia: il giornalismo popolare, il grande rotocalco. Si inventò quella genialata del Telegatto,
Vesigna al Telegatto.
che resiste ancora nell’immaginario di tanti ma che purtroppo se n’era già andata insieme a lui. Ma anche le didascalie sotto le foto dei personaggi famosi con età, anno di nascita e segno zodiacale. Furono anni di conquiste, di vittorie, di veri sorrisi e grandi canzoni.
Eppure la cultura di Tv Sorrisi e Canzoni non è mai riuscita a fondersi con quella storica del gruppo Mondadori, “la casa editrice che offrì agli italiani sia Topolino che Eugenio Montale”. Una mancanza che, alla fine, è stata il vero limite del berlusconismo.