lunedì 8 gennaio 2018

La Gatta ai piedi del Vesuvio



Non è un caso se Carl Barks, fumettista inventore della saga di Paperino, prendendo spunto dal mondo napoletano inventò la strega Amelia, fattucchiera che viveva sul ciglio del vulcano.


La capacità di liberare la fantasia nei momenti più difficili della storia, durante la guerra, nella miseria e la capacità di ridere nella disperazione unita all’attitudine artigianale nel raccontare, nel fare teatro, creare scenografie, dipingere e anche fare animazioni è una peculiarità del popolo napoletano.

Candidato da uno Oscar, di film di Alessadro Rak.
Carolina Terzi si è buttata nell’avventura di produrre il film d’animazione Gatta Cenerentola.
Il film è molto ben animato e designato, le musiche sono state scelte con grande gusto.
Questo prodotto è la prova che gli italiani sono in grado di rompere gli schemi sconvolgendo il mondo americano. Com'è successo con il personaggio di Paperino: i disegnatori italiani hanno tenuto in vita le storie legate al personaggio di Paperino, anzi è proprio grazie agli italiani che le storie hanno conquistato i mercati europei.

domenica 24 dicembre 2017

sabato 23 dicembre 2017

Se il Topo, dopo aver letto Gramsci, mangia la Volpe

Nella casa di Topolino, o meglio nel forziere di zio Paperone è entrata anche la 21st Century Fox.
Così l’impero Disney diventa un colosso cinematografico e televisivo imponete, tra i più grandi d’America.
Nel forziere di Paperone c’erano infatti già la Pixar, Marvel Entertainment, Lucasfilm (Star Wars, Indiana Jones), tutto il comparto digitale relativo e i parchi di divertimento e resort.
Ma cos’ha comprato davvero Disney?
Non c’è più la logica dell’acquisizione delle imprese, compro una fabbrica, tengo soltanto il buono, smonto quello che non va.
Dirigenti, macchinari, network esistenti e tv esistenti su tutto il territorio?
No: Disney ha comprato il Fantastico.


I precedenti acquisti di Disney andavano già in questo senso: con 7 miliardi di dollari ha comprato Pixar e Marvel.. e la saga di Star Wars con 4 miliardi.
Se fosse in vita Marx sarebbe intrigato da questa storia e lo sarebbe Gramsci.
Marx direbbe che si tratta di “imperialismo”, Gramsci la chiamerebbe una operazione egemonica.

E’ uno schema non banale: un topo che mangia una volpe. E in questo caso la volpe è Fox.

Con questa manovra Disney ha comprato una parte di cervello di miliardi di persone, popolata di immaginario legato a Simpson, Pixar, di Star Wars, Marvel, tutti i supereroi Batman, Superman, sono finiti nella scuderia di Paperino

In fondo Disney aveva già fatto questa operazione 50 anni fa creando Disneyland: era stata una intuizione geniale di Walt  quella di far in modo che in una città prendesse vita l'immaginario collettivo.
Adesso Disney è uscita dal castello di Biancaneve e va a conquistare i territori non per conquistare una miniera di petrolio o di carbone ma per conquistare il mondo controllandone l'immaginario. Se nel mondo vendi pupazzi, giochi, usi characters da veicolare su pubblicità per invadere il mercato della TV che finirà, ma la ridistribuzione è già capillare in altri network o su canali come Netflix. (Se Disney vorrà).

Fino a 20 anni fa il potere era ancora nel format, nell’idea. Contava la produzione di racconti, la capacità di entrare nella fantasia delle persone e in qualche modo forgiarla.
Era la tv dell’antenna. Oggi canali di trasmissione come Rai, BBC, rappresentano un marchio, ma un marchio che funziona solo se riempito continuamente di idee forti.
Wall Street Jounrnal.
Wall Street Journal.

 Poi ci sono le operazioni di banca, in cui di vende fumo. Basta guardare al calcio. Chi controlla le partite in video la tv.
Nell’egemonia del topo però proprio l’Italia potrebbe avere un ruolo atStreet tivo.
Forse nessun Paese più dell’Italia è stato capace di metabolizzare l’immaginario americano fino a farsene interprete originale.
Siamo stati noi, gli inventori di Pinocchio, a rivitalizzare il western negli anni 60 ( con il genio di Leone).
Romano Scarpa di Mondadori.
Ma torniamo al topo: Topolino è un prodotto oramai italiano, solamente italiano.
In nessun paese del mondo, Stati Uniti compresi, si producono tante pubblicazioni con storie originali dei cosiddetti standard characters: Paperino, Topolino, Zio Paperone, Qui Quo Qua e tutti i personaggi canonici dell’universo Disney.
E soprattutto moltissimi di quei personaggi sono nati in Italia: Brigitta, Paperinik, Trudy, Battista…
E italiane sono le storie, che affondano nelle radici più profonde della nostra cultura: basti pensare alla parodia dell’inferno di Dante.
O entrare nelle eterne questioni irrisolte della nostra storia più recente, come per esempio il ponte sullo stretto di Messina. Ecco anche zio Paperone ha affrontato la questione nel 1982.

Dunque nell’impero dell’egemonia del fantastico, c’è posto per il genio italico. Un posto non passivo, ma creativo e competitivo. E originale.
Segnali ci sono. Un esempio per tutti: il film d’animazione Gatta Cenerentola. Un gioiello di tecnologia e poesia cresciuto nel pancia di Napoli.

mercoledì 25 ottobre 2017

Netflix toh, sul telecomando




Quando ci si arrabbia con i politici, o come dicono gli indignati di professione, con i “nostri politici”, si augurano loro le peggiori cose.
 
Personalmente, ai politici che hanno a che fare con la televisione auguro solo un piccolo innocuo accidente: che gli si rompa il teletv.
 Una volta costretti a comprarne uno nuovo scoprirebbero, i nostri politici, che il telecomando è cambiato (ebbene sì, anche quello) e che oltre ai pulsanti tradizionali se ne sono aggiunti molti altri: accanto ai tasti che vanno dallo 0 al 9, si sono aggiunti nuovi comandi che permettono di accedere a Youtube, Netflix e Amazon Prime. Accedere a serie tv e programmi di altissima qualità diventa sempre più semplice e intuitivo ed è così possibile avere una finestra di opportunità offerta ricca e veloce. Ecco la novità : la tv intelligente, che si connette a Internet  settata già  prima dell'acquisto.
Il nuovo modello di funzione è quello che il bambino impara con YouTube. Catch and buy. Magari per un euro.
La fabbrica dell’immaginario passa da lì, dai comandi su e giù del nuovo telecomando, quelli che aprono le porte delle nuove fabbriche dell’immaginario.
 La Rai, per una volta, non è stata a guardare. Ad Antonio Campo Dall’Orto va riconosciuto il merito di aver aperto la TV di stato all’universo digitale.
Però la Rai non ha fatto accordi con i produttori di tv, pertanto non è possibile accedere a RaiPlay dalla tv così come si può fare con Netflix (ad esempio da un Panasonic).
 Un bel passo in avanti se si pensa che fino a qualche tempo fa era bandito l’uso del logo di Facebook o di qualsiasi social network nella promozione dei prodotti Rai. Una follia in anni in cui i loghi dei social compaiono anche sul cartone del latte. E così siamo arrivati a percepire come qualcosa di assolutamente normale che ogni trasmissione venga accompagnata da un hashtag e l’invito a seguire, condividere, commentare, retwittare. Se questo è avvenuto, è grazie a Campo Dall’Orto. Chapeau, signor politico. 
Sempre a lui va riconosciuto il merito di aver puntato (e investito) tantissimo su RaiPlay. Fruibile da smart tv, tablet e smart phone, la piattaforma offre servizi in linea con i suoi concorrenti internazionali: dirette, speciali, vecchi e nuovi programmi, un buon archivio e un servizio di ricerca in espansione. Ma ciò che rasenta la rivoluzione è la grafica di RaiPlay (e della Rai!): lineare, pulita, chiara, contemporanea, facilmente fruibile, finalmente comprensibile. Un balsamo per gli occhi del telespettatore medio Rai abituato, direi rassegnato, alle font e infografiche che manco in Bulgaria. Finalmente, verrebbe da dire, una Rai al passo coi tempi.
 O forse no. O meglio, forse non fino in fondo. Ancora oggi, infatti, i programmi vengono pensati in funzione del palinsesto tradizionale e gli spettatori pensati come fasce orarie: a tale ora davanti alla tv c’è tale spettatore che in genere vuole vedere quella roba lì. Ma le cose stanno cambiando: telecomando o meno, oggi lo spettatore si sta gradualmente abituando a decidere di vedere quello che vuole come e quando vuole, in tv, su smartphone o tablet, basta una connessione internet o una rete 4G. 
Delle ricadute che questo comporta per i sistemi di rilevazione si è già detto e scritto moltissimo, ma un altro aspetto altrettanto rilevante riguarda chi la televisione la pensa e la vende. Ha ancora senso presentare un progetto in termini di pubblico e fascia oraria laddove il pubblico evidentemente ancora c’è, ma la fascia oraria no? Forse sì, ma non ancora per molto. è molto probabile che in un futuro non troppo lontano guarderemo al caro vecchio palinsesto come a quel periodo in cui era proibito inserire il logo di Facebook in trasmissione. “Come eravamo ingenui, diremo, il mondo stava cambiando e noi non ce ne eravamo accorti”.
 Torniamo al nostro politico e al suo divano, immaginiamo che egli scopra le infinite possibilità che la tv disintermediata può offrire, è molto difficile che una volta assaporata la libertà di creare il proprio palinsesto decida di tornare indietro. 

Del resto, “comandi fino a quando hai stretto in tuo telecomando” cantava qualcuno. A proposito, caro politico, sai che c'è? Livestream oppure Roku. No? Tu continua a Fazio.

giovedì 14 gennaio 2016

Il Capodanno e la Rai che perde l’orologio





Grandi polemiche e turbamenti per il Capodanno festeggiato con 40 secondi di anticipo su Rai1 (per non parlare della bestemmia in sovraimpressione). E pensare che per anni quello di toppare l’orario del Capodanno era il classico incubo delle tv commerciali coi loro veglioni registrati con giorni e giorni di anticipo. Una volta toccò anche a me. Correva l’anno 1991 (credo, ma poteva essere il 1992). Italia Uno, direttore Carlo Freccero, mi manda a Parigi con Gigi e Andrea (e Rinaldo Gasperi come regista). Io sarò il produttore, il Capodanno si farà dal Crazy Horse. Ma si girerà due settimane prima, fingendo la diretta ovviamente.

Lo spettacolo lo registriamo per due sere di seguito, così da mettere insieme il meglio delle due. In coda al secondo spettacolo Gigi e Andrea devono salire sul palco, in mezzo alle immancabili ballerine, e fingere il conto alla rovescia con apertura finale dello champagne. La platea del Crazy Horse è piena di turisti giapponesi che non capiscono ma si divertono molto. Quando torniamo a Milano per montare il programma la cosa più complicata è fare il calcolo esatto per far scattare il Capodanno posticcio all’ora giusta. Vado al Toc (la messa in onda di Italia Uno) e faccio vedere il punto esatto. Non ti preoccupare, mi dicono. Abbiamo il riferimento del time code. A mezzanotte del 31 dicembre, dal mio televisore di casa, scopro che il Capodanno di Italia Uno viene celebrato con un minuto di ritardo. La mia reazione del momento per fortuna non andò in sovraimpressione su nessuno schermo. Telefonata coi responsabili della rete che replicano senza ammettere obiezioni: Publitalia all’ultimo momento aveva venduto due spot in più nel break precedente, erano bei soldi, la mezzanotte del nuovo anno poteva aspettare. 

Galileo Ferraris.
La pubblicità è sacra per Mediaset quasi quanto il segnale orario lo è sempre stato per la Rai. L’ora esatta come simbolo quasi metafisico del servizio pubblico, per anni fornita dall’Istituto Elettrotecnico Nazionale Galileo Ferraris, vanto degli ingegneri di Torino che per primi hanno messo in piedi la televisione italiana, prima del suo trasferimento armi e bagagli all’ombra dei palazzi romani. Se la bestemmia via sms finita in sovraimpressione può essere ricondotta all’errore umano di un controllore, la deliberata manomissione del segnale orario per un punto di share in più è un colpo ben più grave. D’altronde a cosa serve il servizio pubblico se perfino per l’ora esatta è meglio guardare il proprio smartphone?

Alla Rai non basta più la mentalità del battere la concorrenza ad ogni costo, il “chillo adda murì” che secondo la leggenda il direttore generale Biagio Agnes pronunciava negli anni ottanta quando parlava di Berlusconi e delle sue emittenti. Ogni giorno passato a lavorare nel cuore di Rai1, in questi ultimi due anni, ho ricordato a me stesso e ai miei collaboratori che si può e si deve battere la concorrenza senza ricorrere a qualunque scorciatoia: i punti di credibilità oggi valgono più dei punti di share. E basta poco per perdere entrambi, e non sapere più che ore sono.

mercoledì 4 novembre 2015

Netflix e l’Italia: sarà vero amore?



Netflix è bellissimo appena compare davanti ai tuoi occhi, è come quelle ragazze conosciute al bar che all’improvviso ti incantano magicamente, di cui sarebbe facile innamorarsi, ma quando si siedono al tuo stesso tavolo capisci che tu e lei appartenete a due mondi ancora troppo lontani per capirvi, per avere qualcosa in comune nel tempo. Così torni a casa davanti al televisore ultra hd e non ti resta altro da fare che iscriverti a Netflix. 

Da pochi giorni la piattaforma americana che trasmette e produce film, documentari e serie tv on demand, al costo di un abbonamento mensile tra gli 8 e i 12 euro, è sbarcata in Italia. Tutti si aspettano e profetizzano che sarà Netflix l’angelo sterminatore della vecchia tv generalista, l’arma che vendicherà la tv di qualità contro il generalismo, che piegherà Rai e Mediaset entrando nel cuore degli italiani. Come con i colpi di fulmine con le persone appena conosciute anche qui molte aspettative sono un po’ sopravvalutate. Innanzitutto c’è la banda larga che anche quando è davvero larga (tipo 100 mega a casa) non è sufficiente: la mia prima volta con Netflix c’è il sync tra il film e i sottotitoli che non funziona, rendendo tutto molto frustrante. 

Netflix si mette in competizione con la televisione, proprio come quei colpi di fulmine che vorrebbero farci dimenticare le vecchie abitudini ma in realtà ambiscono solo ad appropriarsene: arriva sul televisore, che ormai per molti è già smart tv, ma si presenta con una piattaforma simile a quella di iTunes o di Spotify. Fa sempre scuola l’intuizione di Steve Jobs che già vari anni fa aveva sostenuto che i supporti fisici (cd, dvd, perfino Bluray) non avessero futuro. Non c’è bisogno di possedere quello che importa è vedere, in fondo un ritorno agli albori della televisione. Ma mentre, con qualche sacrificio, in molti hanno finito per accettare l’idea di affidare la propria musica a Apple o la propria libreria ad Amazon, il rapporto degli italiani con la televisione è diverso. Non è un colpo di fulmine, ma è un affidarsi a un volto, a un’idea, a una storia riconoscibile. I colpi di fulmine vanno bene per le nicchie di mercato, ma per conquistare il pubblico televisivo italiano bisogna offrire un codice chiaro, una chiave che permetta di entrare nelle case del pubblico. Testimonial, prodotti, in un certo senso “ideologie” riconoscibili. 

La sfida decisiva per Netflix in Italia sarà quella delle produzioni nazionali: una serialità che non sono solo possa parlare in italiano ma soprattutto che sia pensata in italiano, e con queste sue caratteristiche possa poi trovare vita anche sui mercati esteri (in fondo la stessa sfida che tocca alla Rai, che però appartiene alla categoria delle zie un po’ amate e un po’ odiate, non purtroppo a quella dei nuovi colpi di fulmine). L’algida libreria virtuale è il futuro ma dentro bisogna portarci ancora le persone. Anche Sky c’è riuscita. E servirà un po’ di tempo, e un po’ di teste pensanti, per sapere se Netflix ce la farà. E mi raccomando, occhio alle connessioni.