martedì 19 novembre 2013

Masterpiece e la galassia Gutenberg

I giurati di Masterpiece, talent per aspiranti scrittori prodotto da Fremantle per Rai3.
Se ti metti fare un programma che in qualche modo lambisce la società letteraria o quello che ne rimane (case editrici, quotidiani, intellettuali con il romanzo in tasca, ecc.) sai già che ti infilerai in un vespaio. Lo dico per esperienza diretta (da A tutto volume all'Angelo a Cenerentola con Simona Vinci ecc.). La polemica che ne risulterà rischia di avere poca o nessuna attinenza con l'effettiva materia del contendere e molta invece con invidie, cordate ecc.
Non ho intenzione di mettermi a fare il "critico tv" nei confronti di Masterpiece, sarebbe imperdonabilmente ridicolo e anche rivelatore di un conflitto d'interesse, visto che si tratta di colleghi- e pure bravi. Però (al netto del riconoscimento per la giusta scelta di utilizzare esplicitamente stilemi televisivi di questo secolo, come la metrica dei migliori talent, per la buona fattura del prodotto e pure per la scoperta in De Cataldo di un sornione televisivo doc) qualcosa sul problema posto da Masterpiece vorrei dirla.
Lo studio di Masterpiece, presso la Rai di Torino.
 1. Come è noto, l'Italia è un Paese dove nessuno legge ma tutti scrivono. Nel secolo scorso fecero rapidamente fortuna i piccoli editori che proponevano al professore in pensione, al farmacista del paese e alla bovary malinconica di pubblicare (a proprie spese, naturalmente) il frutto delle loro pensose serate davanti alla Lettera 22. Ne risultava una tiratura di 1000 copie circa, dal prezzo leggermente maggiorato se rilegate in similpelle. E quindi da noi è più facile incuriosire (magari random) raccontando la ricerca del successo di uno scrittore in erba piuttosto che narrando quanto sia interessante leggere quel tale o quel talaltro romanzo.
2. Quindi risulta inevitabile puntare sul personaggio: meglio se, come ogni partecipante ad un talent, assume in sé qualche caratteristica "mostruosa"- in senso buono naturalmente. Qualcosa, cioè, che colpisca l'immaginazione dello spettatore.
Apostrophes, condotto da Bernard Pivot su Antenne 2 fino al 1990.


 3. D'altronde anche uno degli esempi più blasonati di "programmi culturali", il francese Apostrophes, che negli anni ottanta fece gridare al miracolo i nostri intellettuali, era basato sostanzialmente sulle capacità seduttive degli ospiti (ed è noto quanto, per ragioni storiche, un intellettuale francese sia in grado di parlare al popolo -e non solo al Principe- rispetto ad un letterato italiano medio). Perché, in fondo, la parola, la parola scritta, come la fai vivere in tv? Non puoi farla vivere, puoi solo falsificarla.
4. Ai tempi di A tutto volume (Casella prima e Bignardi dopo) trasformavamo ogni libro in classifica in un trailer cinematografico. Facevamo vivere il plot del romanzo (se c'era) o qualche suggestione presa qua e là. Funzionava. Ma il testo scompariva, eh. Quello devi andartelo a leggere. Mentre in tv la prima domanda di un professionista intelligente è: cosa si vede?
5. Forse invece di sfidare i concorrenti a scrivere una sorta di temino li si poteva far misurare con forme brevi più contemporanee, dall'onnipresente tweet al soggetto di un racconto scritto o visivo, alla pubblicità. (Magari è una stronzata, non prendetemi alla lettera).
6. Ma il punto vero è che la parola scritta appartiene, com'è noto, a un'altra Galassia. Là si studia il colore di una frase, qui ci si misura con la color correction. E' una distanza siderale, che nemmeno l'ascensore della Mole Antonelliana potrebbe percorrere in tempi televisivi.

1 commento:

  1. Ricordo volentieri 'a tutto volume', uno degli ultimi programmi intelligenti sui libri in tv. Sapere che c'eri tu dietro tutto sommato non mi sorprende.
    Ancora complimenti.

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