giovedì 22 novembre 2012

Mediaset: i nodi vengono al pettine



Poiché mi ostino a considerare Mediaset principalmente un’azienda italiana con un fatturato e con migliaia di lavoratori, piuttosto che la terra emersa di un oscuro moloch berlusconiano, credo che il suo futuro sia un tema che riguarda tutti.
E’ evidente, come abbiamo scritto tante volte anche qui, che un modello di business è andato in crisi, sostanzialmente a causa della recessione. La caduta degli investimenti pubblicitari è una realtà che riguarda anche gli altri attori del sistema dei media italiano, ma nel caso di Mediaset l’effetto è più pesante perché Mediaset prosperava in un modello di business basato su grandi margini operativi (graziatemi, in questo ragionamento, dall’obbligo di sottolineare il peso della politica, di Berlusconi ecc.). Quel modello consentiva di muoversi sul mercato con una certa scioltezza (ad esempio, nel reperimento delle cosiddette star, dei format, e così via) e rendeva pressoché irrilevante il peso di eventuali errori editoriali (il programma o la fiction che non funziona, l’investimento in terra straniera o nella pay non fruttuoso, il prodotto d’acquisto che non sfonda e così via). 
Maria De Filippi, uno degli asset
più solidi dei palinsesti Mediaset.
Tanto i margini erano ampi e la presa sul mercato sicura. Nella competizione con la Rai, al di là dei quotidiani responsi auditel, il fatto di avere come zoccolo duro un target pubblicitariamente più interessante rispetto a quello del principale competitor garantiva un occhio di riguardo da parte dei big spender. (E il fatto di dare soldi all’azienda del Presidente del consiglio, anche se non costituiva la motivazione chiave nelle decisioni d’investimento degli inserzionisti, comunque non dispiaceva).
Oggi quel modello non sta in piedi, e le trasformazioni nell’offerta, nelle modalità di fruizione, nelle piattaforme utilizzate, perfino nei gusti del pubblico sono fatti strutturali che non scompariranno anche quando questa interminabile crisi mondiale dovesse mostrare segni di miglioramento (cosa abbastanza lontana, per ora).
Quindi l’azienda Mediaset deve trovare una strada nuova, con idee nuove e nuovi modelli produttivi. Deve fare una vera e propria rivoluzione copernicana. Non può limitarsi a tagliare tutto il tagliabile, perché da sola quella è una strada senza uscita. Altrimenti il finale di partita sarà la vendita a Rupert Murdoch, o a chi per lui. E non è detto che per questo Paese sarebbe la soluzione migliore. Stiamo parlando di Murdoch, non stiamo parlando di Che Guevara, eh.
I tempi stringono. Dalle parti di Cologno lo sanno? Io credo di sì, ma il coraggio non lo vendono al mercato. E poi c’è un piccolo particolare. E si chiama il Fondatore. Che non ha ancora deciso come impegnare l’ultima parte della sua vita. Una presenza che è come un macigno.

2 commenti:

  1. Gioia Avvantaggiato22 novembre 2012 13:16

    Concordo appieno, Gregorio. Ma il Fondatore, quando si occupava dei suoi canali, non faceva un cattivo lavoro e non è detto che se tornasse ad occuparsene non gli resti ancora quel po' di "vision" per individuare quella nuova strada. Il problema è che ci sono persone capaci, competenti, appassionate del loro lavoro nei canali Mediaset, uomini e donne con famiglie da mantenere ed un progetto di vita da sostenere, che sono schiacciate dalla pochezza e l'incertezza di chi, nel dubbio, pensa di risolvere i problemi strutturali e di mancanza di progettualità congelando la situazione. A chi, come me, come altri, non sfugge l'impegno di quelle persone per bene, fa davvero male al cuore e un po' anche incazzare, che non se ne parli nei termini corretti e nei giusti ambiti, e che non si faccia il necessario per intervenire efficacemente.

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  2. Non sono del settore, ma lo seguo con interesse e concordo con il contenuto del post, incluso il fatto che l'azienda c'e' e ce la dobbiamo tenere (ma sarebbe interessante capire come si sarebbe evoluto il settore se gli altri soggetti non fossero stati fagocitati in piena de-regulation nel nome di un duopolio visto come unica soluzione per un mercato "libero").

    Se in Italia sussiste un problema generalizzato relativo alla classe dirigente, non mi stupisce che esso possa manifestarsi anche in questa realta', tuttavia faccio fatica ad accettare il fatto che nel 2012 il Fondatore di una societa' quotata in borsa possa ancora suscitare soggezione o addirittura indicare la via per il futuro.

    Spero che l'azienda sappia trovare la giusta strada al suo interno e viva questo momento come un' opportunita' e dimostri il proprio valore.


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