martedì 31 gennaio 2012

Gli spot dei Repubblicani: incredibile, usano l'ironia


Quasi nessuno da noi si sta studiando la Campagna per la primarie tra i candidati repubblicani negli Stati Uniti dal punto di vista mediatico. Invece è molto interessante. I candidati del GOP se la danno di santa ragione (e questa non è una novità, i democratici fanno di peggio). Ma per la prima volta (forse è merito di internet, di youtube, delle campagne “virali”) usano l’ironia. Una vena ironica certe volte di grana grossa, altre volte insospettabilmente più sottile. Santorum, che non è esattamente un progressista, ha fatto (o perlomeno ha approvato) uno spot tutto centrato sul fatto che uno che ha il coraggio di portarsi tutta la famiglia in giro per l’America con il minivan merita di fare il Presidente degli Stati Uniti.


Rick Perry, che aveva infilato un colossale sfondone nel dibattito a più voci in tv, dimenticandosi il nome del Dipartimento dell’Energia, in questo spot fa dell’autoironia la sua (più o meno credibile) arma. Non so se abbia funzionato, però chapeau. Chissà cosa verrebbe fuori da noi in una battaglia all’interno del pdl a colpi di spot. Vabbé, era una battuta.

domenica 29 gennaio 2012

Maria e i talenti di Mediaset

Maria de Filippi e Gerry Scotti a Italia's Got Talent

Proviamo a dare dei giudizi di fatto e non di valore. Mediaset non ha mai compreso bene i propri successi. Berlusconi li ha sempre cercati seguendo una sorta di modello Rai-On-Steroids, cioé il grande intrattenimento Rai del trentennio e quarantennio passati ma con più soldi, più lustrini e più sesso. Una formula che oggi sarebbe impraticabile per i costi e antistorica per la sensibilità generale.
Invece i veri successi sono spuntati quando lui meno se l’aspettava (da Drive In a Stranamore), e così è andata anche nei decenni successivi. Dove per successo si intende un long seller: cioé un prototipo che non necessariamente “sfonda” subito, ma si impone nel tempo, diventa un asset e insieme un modello creativo e produttivo che ridefinisce l’ambito del suo genere.
Il modello-Maria, nel bene e nel male, è nato in modo casuale e sotto il “campo di forza” di Costanzo, che all’epoca era una vera potenza, essendosi occupato in prima persona, a metà degli anni 90, della mediazione politica con la sinistra per breve tempo al governo. Il lento e progressivo shift del target di Canale 5 dalle “famiglie giovani” a un pubblico femminile giovane-centrale (quello che Agostino Saccà nelle riunioni riservate Rai chiamava con malcelato disprezzo ma indiscutibile acume “le sciampiste”) è stato determinato fondamentalmente dai programmi di Maria De Filippi e dal GF. Che anche se oggi è in crisi è stato una rivoluzione per il pubblico di Canale 5 (anche se nessuno se lo ricorda, a Berlusconi il Grande Fratello faceva orrore, e solo dopo il suo grande successo cominciò ad apprezzare, da commerciante, la gallina dalle uova d’oro che si era trovato in casa a causa di Giorgio Gori, allora direttore di Canale 5 e di Marco Bassetti, capo di Endemol). 
Antonio Ricci. 

Le grandi importazioni di modelli Rai non hanno mai funzionato a Canale 5, e ciononostante Berlusconi le ha sempre perseguite: dalle grandi campagne acquisto (la metafora calcistica è sempre quella rivelatrice, parlando della cultura imprenditoriale di B.) che portò alla Fininvest la Carrà, Baudo, e molti altri personaggi Rai; alla mimesi di prodotti Rai, dal grande varietà al programma in stile “arboriano” di seconda serata, fino ultimamente al tentativo di replicare i talent sul ballo. E invece Striscia la notizia, un programma che la Rai non avrebbe mai potuto produrre (e neanche mai potrà, secondo me) è diventata la gallina delle uova d’oro; così come le Iene (poco importa che sia un format d’importazione, ciò che conta è che la Rai non potrebbe mai permettersi le Iene). E arriviamo fino a Italia’s Got Talent. Nel bene e nel male Italia’s Got Talent è indiscutibilmente un programma Mediaset, ha un’identità forte che viene ribadita e moltiplicata dalla presenza di Maria e di Gerry Scotti. Il generalista Rai non è il generalista Mediaset e viceversa. Una cosa che anche la Rai dovrebbe tenere bene a mente.

mercoledì 25 gennaio 2012

Cosa farà Apple con tutti quei soldi?


Ho avuto un capogiro quando ieri sera Tiziana Scanu ha mandato anche a me (come a qualche migliaio di altre persone in indirizzo) i risultati dell'ultimo trimestre di Apple. Li avevo un po' letti qualche ora prima sui siti americani ma sentirli in italiano in un comunicato stampa ufficiale fa il suo effetto. In tre mesi Apple ha guadagnato (parliamo di utili) 13 miliardi di dollari.  (Per capirci, la capitalizzazione di Mediaset oggi è 2,6 miliardi di euro). Altro che Bce e poteri forti, questi se vogliono si comprano l'Europa per farci un kinderheim per i dipendenti.

In sintesi, se andiamo a spiluccare le cifre:  
1. i mac vendono più di prima, trainati dall’enorme successo di ipad e iphone 
2. comunque con i portatili Apple guadagna il triplo dei soldi che si fa con i desktop (iMac, MacPro ecc.)
3. tra i desktop, i guadagni fatti sulle torri professionali, i Mac Pro, sono una piccola parte
4. i soldi guadagnati con la vendita del software sono quisquilie rispetto a quelli portati dai device, siamo nell' ordine di uno a cento! Si conferma il modello di business Apple: il software serve a far comperare il ferro.

Quindi: il cash flow è enorme e qualche investimentone si farà. L'iTv arriverà, eh se arriverà, naturalmente quando tutto sarà pronto, in pratica quando Apple avrà in tasca i contratti strategici con i produttori di contenuti (senza i quali le famose App sulla tv rimangono delle fastidiose finestrelle). E anche nuovi campi d’azione (e di guerra con Amazon) non sono da sottovalutare: iTunes va benissimo e l’operazione sulla “scolastica” con iBooks potrebbe essere un terremoto per il mondo dell’editoria.

E i poveri geek devoti al mac? Ragazzi, continuerete ad avere dei bellissimi mac. Anzi, iMac. Saranno sempre piu' fighi, piu' semplici e piu' sottili. Basta che non pretendiate di usarli come potenti e noiose workstation in ambito professionale. Per quello, visto che sempre geek siete e geek eravate, fatevi un bell'assemblato-intel-multicore-con-tanta-ram-e-due-belle-gpu-nvidia. O se avete soldi da spendere, un orrendo (da vedere) ma muscolosissimo Hp. Il sistema operativo? Sì lo so si chiama Windows 7. Ma a 64 bit, diciamolo, non è neanche così male. E poi con Windows 8 si metterà pure il vestito alla Mondrian. Dà solo fastidio dover uscire di nuovo con la ragazza secchiona del liceo solo perché la bella della scuola non è interessata ai nerd. Neanche se di mestiere fanno i registi.

lunedì 23 gennaio 2012

Chiambretti e la Dandini (e la tachipirina)



Mi sono perso Chiambretti Sunday Show, complice un’orrenda influenza, e quindi non ho elementi diretti per valutare (e, sul web, Video Mediaset non lo mette tra i programmi da rivedere, non so se per scelta o per altre ragioni). D’altronde grazie all’influenza non ho visto neanche la prima puntata di The Show Must Go Off, solo qualche minuto per apprezzare la grafica, c’era Camilleri, scrittore che amo, intervistato e stava commentando il divano. Sono andato a prendere una tachipirina, mi sono misurato la febbre, ho fatto un sonnellino e ho riacceso per un attimo, c’era sempre Camilleri, scrittore che amo ecc., ma forse questo non e’ il ritmo giusto per una prima serata. In ogni caso il risultato della Dandini è per la 7 incoraggiante e credo che un po’ di “militanza televisiva” abbia ovviato a un certo spaesamento da prima puntata che mi era sembrato di cogliere nel poco che ho visto.


Di Chiambretti invece ho potuto soltanto leggere la scaletta nel minuto per minuto e mi sono accorto di due cose:
c’erano molte idee non banali, tutto il programma per quanto si potesse capire dalla scaletta era “ a doppia lettura” (il governo tecnico, la muzika è cambiata, chissà mai a cosa si riferiva, indovina un po’). E tutto il moralismo che già sento circolare in rete sulla presenza di ballerine e sexy girl mi sembra un po’ ipocrita e scontato.
Il problema è che, stando ai freddi dati, alla partenza del Sunday Show la Littizzetto era già in onda e tutto il pubblico che poteva capire l’impervio tentativo di doppia lettura (divertente, ma è un giochetto un po’ abusato) si è piazzato su Raitre e a Chiambretti è rimasto quel pubblico di teens e ventenni che da tempo è lo zoccolo duro di Italia 1 (quelli che in spiaggia si fanno le foto urlando Italia Unoooo), un pubblico interessante ma forse poco interessato a Scilipoti.

L’unica cosa che ho capito su Chiambretti, e non solo su di lui, è quella che ho scritto sul blog tante volte: la formuletta di passare in prime time i programmi di seconda serata (così da overnight costosi diventano magicamente primetime risparmiosi) non funziona molto, almeno in Italia: soprattutto se si rivolgono ad un pubblico che a quell’ora e su quella rete è abituato -a torto o a ragione- a tutt’altro.

venerdì 20 gennaio 2012

Addio seconde serate?

Chiambretti andrà in prime time perché costa troppo per la seconda serata

Pare che uno degli effetti della crisi sui grandi network italiani sarà quello di abolire le seconde serate. Per abolire intendo non spendere più soldi per produrre programmi che vadano in onda dopo le 23 (al massimo qualche talk, quattro persone sedute su delle poltroncine davanti a una scenografia squinzia non si negano a nessuno). Il resto saranno programmi d’acquisto. Quando è possibile le prime serate (già stiracchiate a due ore e mezzo) si allungheranno ulteriormente, com’è già avviene per alcuni reality ecc.
Mediaset è già su questa linea (anche Chiambretti, per i suoi costi, è stato reindirizzato vero le nove di sera). Non è escluso che dalla prossima stagione anche la Rai si adegui.
Il punto è che se si chiudono le seconde serate la tv generalista potrebbe morire di soffocamento. Perché quella è la fascia in cui da tempo immemorabile (diciamo da un ventennio, ecco) si sperimentano formati, formule, idee e conduttori.  Qualche esempio dal 1990 ad oggi? 
Zelig nasce in seconda serata (1997)

Le Iene, che sono il programma di punta (anche commercialmente) di Italia Uno, sono nate in seconda serata (1998) ed hanno stentato non poco, il primo anno, a fare ascolto (e dalle Iene sono usciti, in pratica, il 70% dei personaggi che hanno funzionato nel decennio trascorso). Zelig, che è Zelig, è nato in seconda serata ed ha stentato per anni prima di diventare il gigante che è. Ciro (da cui sono usciti la Littizzetto, Luca e Paolo e Bertolino) andava in onda alle 23 e all’inizio faceva il 7%. Mai dire gol è stato per lunghissimo tempo un programma di seconda serata. Vogliamo continuare? Samarcanda di Santoro è nata nel 1987 in seconda serata, era povera e scura come Calimero e senza una stagione in seconda serata oggi non sapremmo nemmeno chi è Santoro. Libero, in seconda serata, ha fatto nascere Teo Mammuccari, ha fatto crescere a conduttrice tv Paola Cortellesi ed ha rinnovato il linguaggio televisivo della Rai; Convenscion fece tre serie in seconda serata prima di andare con successo in prima e da lì uscirono Max Tortora, Ale e Franz e molti altri comici. Senza Target (seconda serata di Canale 5) non sarebbe nato il primo Verissimo con Cristina Parodi, né i talk con la Bignardi ecc. Costanzo, Vespa, Gad Lerner, sono tutti nati in seconda serata. Lupo solitario e Matrioska furono esperimenti coraggiosi di seconda serata senza i quali Antonio Ricci non avrebbe avuto gli stimoli per fare Odiens e Striscia la notizia. Cocktail d’amore su Raidue andò in seconda serata, e senza quell’esperimento sui repertori Rai non ci sarebbe stato neanche, per dire, I migliori anni.
Samarcanda in seconda serata lanciò Michele Santoro (1987)

Insomma se togli l’incubatrice delle seconde serate i bambini, intesi come nuovi volti e nuove idee, affogheranno. Faranno rapide incursioni in prima serata, daranno risultati insoddisfacenti e i direttori di rete, scuotendo la testa, diranno: l’avevo detto, è roba di nicchia, non funziona. Cosa rimarrà? Rimarranno i format. Intesi come formati importati dalle tv o dalle società che fanno trading di format nel mondo. Cioè proprio quella tv che oggi pare pesantemente invecchiata e incapace di parlare alla sensibilità degli spettatori di oggi.
A sperimentare rimarranno solo la 7 e Sky. Ma quale futuro ci potrà essere per i network che non sono capaci di rinnovarsi?
I programmi di intrattenimento in Italia (e in Spagna) già durano molto di più che negli altri Paesi, e il costo al minuto del prodotto tv è già molto più basso da noi che nel resto d’Europa. (Già sento gli ululati: “basta con i conduttori miliardari”, ecc. Ok, ma all’estero spendono di più non per i conduttori, li spendono per fare meglio i programmi, e questa è un’altra storia che avrebbe bisogno di un post ad hoc). Forse sarebbe meglio studiare come poter continuare a sperimentare, magari a basso costo, in seconda serata. Non per generosità o bontà d’animo o per voglia di fare una tv intelligente (per carità) o per dare “spazio ai giovani”. No: soltanto per non morire.

martedì 17 gennaio 2012

Sciagure e servizio pubblico (inteso come Rai)

Come si deve comportare il servizio pubblico televisivo (insomma, la Rai) in situazioni di cordoglio nazionale? Sia chiaro, non sono un moralista. Spesso i rigurgiti di moralismo sono interessati e “a comando”. Ma storicamente il comportamento della Rai nelle situazioni di tragedie collettive è sempre stato ondivago (lo so, il termine stona). Non c’è mai stata una regola, dipendeva sempre dalla governance, dai direttori, dall’aria che si respirava nel Paese. Ci sono stati momenti in cui un lutto determinava l’immediato spegnimento dei programmi di intrattenimento, altri momenti in cui si andava avanti imperterriti, altre situazioni in cui un fervorino iniziale del conduttore risolveva il problema. La regola non c’è perché in realtà non c’è un’idea chiara di cosa dev’essere il servizio pubblico. Non mi riferisco alla retorica pubblica ma a una riserva mentale nella testa dei dirigenti. Dobbiamo pensare alla pubblicità? Dobbiamo pensare a non stressare troppo il Paese? Dobbiamo dare l’idea che le cose comunque vanno avanti? Dobbiamo far sentire la parrtecipazione a un lutto? Non è una risposta facile, soprattutto se non sono chiare le premesse.
Nel 1963, quando John Kennedy venne colpito a morte a Dallas, la Rai sospese le sue trasmissioni in segno di lutto. Fu una decisione bizzarra. Nello stesso momento i network americani andavano in onda senza sosta (e tagliando la pubblicità) per informare il pubblico. Ma erano i tempi del monopolio, si respirava ancora una certa aria di sagrestia e la soluzione dev’essere sembrata semplice e chiara (d’altra parte, avvenne alle nove di sera ora italiana, non esisteva il satellite e due ore dopo comunque il Programma nazionale avrebbe concluso le sue trasmissioni).
Walter Cronkite annuncia in diretta la morte di Kennedy alla CBS

Cinquant’anni dopo la Rai non solo non è monopolio ma non è neanche maggioranza assoluta, nel senso che tutte le televisioni private, free e a pagamento, messe insieme coprono due terzi dell’audience. E quindi? E quindi forse la strada di dedicare la serata del canale principale all’informazione sarebbe stata più consona al servizio pubblico. Ma, scusa, si dirà: i canali sono tre. Anzi sono 12, considerando tutto il bouquet del digitale terrestre. Già, sono 12. E tra quei 12 il canale news non ha neanche i soldi e la struttura per mandare subito una fly all’Isola del Giglio.

Quando poi sono passate più di 48 ore dalla notizia ecco che la macchina si sveglia: i programmi di infotainment si mobilitano, i talk si riorganizzano e arriviamo ad una copertura melassosa e continua, con quel retrogusto un po’ ipocrita che talvolta spunta nella mestizia esibita. Cos’è successo? Nessuno seguiva le notizie? Qualcuno sia è accorto che l’argomento interessa? Che “funziona”? Ecco, è proprio questo ciò che forse stride in un servizio pubblico: andare a rimorchio e non, come dicono alla BBC, “setting the standard”.