lunedì 26 marzo 2012

Il dopoguerra della tv





L'attenzione della stampa in questo momento è rivolta alle performance di chiunque faccia talk o programmi di satira, in quanto reduce anti-Cav (a proposito di Cav, Caverzan sul Giornale, secondo me sotto tortura da parte del suo direttore,  ha perfino arruolato Fabio Volo tra i reduci antiberlusconiani, forse perché sta andando in onda su Raitre, con questo criterio andrebbe messo l'elmetto anche a Licia Colò). D'altronde in questo Paese chi guarda i talk e i programmi di satira è generalmente il "ceto medio riflessivo", come si diceva qualche anno fa, un ceto che probabilmente oggi  più che riflessivo mi sembra stanco e confuso. 
Sabina Guzzanti
Che lo spegnersi della seconda repubblica avrebbe fatto tramontare rendite di posizione di ogni genere l'avevamo predetto in così tanti che per mettersi nell'elenco bisogna prendere il cartellino numerato come alla asl.
Ma detto così, tutto sommato, è davvero troppo semplice. Il punto è che non abbiamo vissuto solo il crepuscolo dell'era berlusconiana, abbiamo vissuto - e stiamo tuttora vivendo - la più grande crisi economica dal 1929. E' come se stessimo uscendo da una guerra. Se non si parte da questa consapevolezza, è inutile ragionare.
Quando milioni di persone vivono un'angoscia (angoscia di perdere potere d'acquisto, e peggio, angoscia di perdere il proprio lavoro) devono in qualche modo scaricarla, quest'angoscia. Ci sono due modi per farlo: l'escapismo (rassicurazione ottenuta trasferendosi in un mondo immaginario dove i conflitti vengono risolti nella narrazione) o l'impegno contro un bersaglio che viene visto come l'incarnazione delle nostre angosce. Anche questa, ovviamente, è una forma di escapismo. Tolto il villain però, davvero l'unica formula vincente rimane la prima? Il resto va nei saldi della tv?
Forse è la strada del talk show a tutti i costi, la personalizzazione del discorso in una situazione in cui i problemi sembrano più grandi delle persone che li incarnano o li agitano, a mostrare la corda. Non a caso programmi come Report o Presadiretta, magari per il loro corredo di anti-politica, ma senza dubbio anche per la capacità di focalizzare la narrazione delle issues, reggono benissimo: perché forniscono la terza dimensione, perché danno volti, storia (e micro-villains, veri o supposti) alle nostre angosce.

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