mercoledì 13 giugno 2012

La tv stritolata



Poiché la crisi non promette nulla di buono, la pubblicità si volatilizza e non si vede ancora la fine del tunnel -e tutte le altre metafore che vi vengono in mente vanno bene- l’ordine del giorno dei broadcaster in Italia è tagliare tagliare tagliare. Sì ma come? Per ora si sta tagliando sulla carne viva.  Nell’ordine:
1. prima vengono i budget dei canali digitali, che fino a un anno fa erano dipinti come il Sacro Graal della tv generalista, la soluzione di tutti i mali (e soprattutto l’arma segreta contro Sky) e adesso stanno diventando rapidamente, secondo gli stessi che li hanno voluti, un ingombrante carrozzone. Raccolgono ascolto ma non raccolgono pubblicità in proporzione. (A proposito, in che modo li vendete? Ma questo è un altro discorso).
2. Poi vengono le seconde serate: perché spendere soldi per una seconda serata quando si può allungare la prima? Ed ecco zac un altro bel taglione.
3. Al termine, si arriva ai “production values” delle prime serate. Per production values gli americani intendono il valore che viene speso nella produzione: qualità della fotografia e delle riprese, scenografie, location, grafica, musica, logistica ecc.
4. Al quarto punto ci sono i “compensi delle star” (che poi di solito si traducono in tagli soprattutto sui compensi medi e bassi “a scrittura”, cioé a tutti quelli che pur non essendo delle star vengono pagati con contratti artistici).
Il Trio Medusa in Coast 2 Coast.
Sul quarto punto naturalmente ci sarà una ola generale (è inutile dire che in quel modo, ad esempio, un giovane autore, anche bravo, guadagnerà meno di un segretario di produzione, perché non ha un vero salario, neppure a tempo determinato). Ma quando c’è la crisi è come sventolare il drappo rosso, milioni di italiani sono convinti che tagliando gli stipendi ai parlamentari si fa ripartire l’economia quindi figuriamoci. Di anime belle è pieno il mondo.
Sugli altri tre invece un ragionamento andrebbe fatto.  Andiamo per ordine:
a) I canali digitali “semigeneralisti” o tematici sono davvero molti. Forse andrebbero razionalizzati: ma hanno costituito un avamposto della tv generalista su terreni e verso pubblici che erano andati persi o si stavano perdendo. Non sono stati mai veramente promossi per paura che portassero via ascolti alle generaliste per cui alla fine non si è capito se ci fosse veramente una strategia editoriale e industriale dietro o meno. L’unica cosa che si è capita è che la Rai gestione Masi ha rinunciato a un contratto di 50 milioni di euro l’anno (50-milioni-di-euro-l’anno) con Sky per non dare una mano all’odiato Murdoch, con il risultato che oggi Mediaset Plus e Tgcom24 stanno anche sul bouquet Sky e Rai4 e Rai5 no. Bel colpo.
b) Non a caso l’unico vero investimento fatto quest’anno da un broadcaster italiano sul dtt, TgCom24, sta già dando i suoi frutti, regalando a Mediaset, oltre che alcune soddisfazioni d’ascolto, nuovi conduttori e know-how che stanno rafforzando testate storiche e programmi di rete. (Mentre Rai News viene tenuta a poca biada).
Lo studio di TgCom24 (Mediaset).
 c) Le seconde serate sono state storicamente strategiche (assieme, ultimamente, proprio ai canali digitali) come zona di R&D (ricerca e sviluppo, tanto per capirci) di nuovi programmi e nuovi talent. Tutti i programmi che oggi sono degli asset su Rai e Mediaset hanno cominciato in seconda serata (perfino Santoro e Report, senza andare ai programmi come Zelig, Iene  ecc.). D’altronde, chi sarebbe così pazzo oggi da rischiare su idee e facce completamente nuove nella prima serata di Rai Uno o di Canale 5? Quindi niente seconde serate =niente rinnovamento, il che vuol dire rimestare sempre le stesse quattro idee o affidarsi a format che “sono andati benissimo in Spagna”. Con il rischio di mettere su dei carrozzoni che verranno chiusi alla seconda o terza puntata.
d) I production values sono in continuo peggioramento sul daytime (già dal punto di vista dello standard tecnico, escludendo alcune eccellenze, che pure ci sono). Il prodotto medio dei principali broadcaster italiani è tecnicamente arretrato, per mancanza di investimenti, povero visivamente (basta pensare ai Tg fatti per metà con immagini prese da YouTube o con feed d’agenzia riprodotti con ratio sbagliata) e anche nell’intrattenimento si cominciano a vedere scenografie da tv locale.
Cartelli contro i tagli alla BBC.
Sia chiaro: noi italiani saremmo in grado di fare cose molto migliori di quelle che si vedono all’estero. A costo di sentirmi qualche risatina dietro le spalle dirò che la mise en scène di grandi spettacoli come Sanremo o Fiorello è talvolta migliore di quella di eventi della tv americana o inglese, ma si tratta di eccezioni dovute a un particolare sforzo produttivo.
Il problema però non è tanto il fatto di dover limitare i lustrini, i tagli arrivano in tutte le tv europee: è quello di restare indietro rispetto allo standard mondiale e diventa anche molto difficile interagire nel mondo multipiattaforma e soprattutto sulla rete (Web e App) perché il core della produzione è ancora basato sul vecchio modello analogico, spesso ancora si va in giro con le videocassette. E intanto a bordo campo si stanno scaldando Apple, Google e varie ed eventuali.

Quindi: non si può semplicemente tagliare tagliare tagliare. E’ come dal parrucchiere. Se tagli devi inventarti un’acconciatura, altrimenti vince il taglio militare. Occorre un modello produttivo diverso, che faccia i conti con le nuove tecnologie e le usi per produrre meglio (non peggio) ad un costo minore, e per più piattaforme e modelli di business. E la prima cosa, in questa direzione, è chiedersi se il modo di impostare e calcolare i costi da parte dei grandi broadcaster sia quello giusto. Forse dovrebbero diventare un po’ più editori e un po’ meno officina.





4 commenti:

  1. Basterebbe che qualche dirigente iniziasse a ragionare così e si vedrebbero i primi frutti. Aggiungerei anche un quinto punto conseguente agli altri 4: ridimensionamento delle redazioni. Non viene permesso a molti giovani di poter lavorare e diffondere l'utilizzo dei nuovi media.

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  2. milioni di italiani NON sono convinti che tagliando gli stipendi ai parlamentari si fa ripartire l’economia. Milioni di italiani sono convinti che prima di tagliare tutto dovevano iniziare dai loro stipendi. Purtroppo è un'anima bella chi pensa il contrario

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    1. Non ci sono parlamentari tra noi, mi pare.

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  3. Il giorno dopo l'arrivo dei banchieri ci sarà la fila davanti alla loro anticamera. Saranno costretti ad ascoltare consigli (interessati), perchè non hanno competenza nè sono dell'ambiente, quindi non hanno "uomini di fiducia" [ricordo che così si faceva chiamare il re della paleotelevisione Ettore Bernabei].
    Temo questi consigli dei valletti più dei banchieri stessi. Forse sarebbe meglio qualche esterno + audit internazionale.

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