martedì 10 gennaio 2012

Cosa succederà alla Rai e a Mediaset?


Finita la pausa natalizia sono ripartiti i boatos sul destino dei management Rai e Mediaset in questa spaventosa crisi economica. Per la Rai ci ha pensato direttamente Monti a mettere un paletto grande come una casa, quasi a prefigurare un intervento diretto sulla governance Rai allo scadere dell'attuale Consiglio d'Amministrazione. A Mediaset, dopo i lamenti di alcuni investitori esteri, le preoccupazioni sulla raccolta pubblicitaria e le valutazioni sul peso rilevante dell'investimento nella pay tv, sono partiti i rumors sulla possibilità che plani su Cologno un manager esterno. Voci presto smentite, ma anche a questo blog erano fischiate le orecchie qualche settimana fa su nomi non troppo diversi. Magari non succederà nulla -oppure è possibile che, essendoci ad Arcore un papà con più tempo libero, voglia tornare ad occuparsi un po' di tv (ma le ricette di ieri oggi sono inapplicabili).
In realtà Rai e Mediaset si misurano con lo stesso problema:
1. La pubblicità porta meno soldi e le prospettive per il 2012 non sono brillanti, per usare un eufemismo;
2. A puntar tutto sui tagli ai palinsesti si rischia un gigantesco effetto boomerang;
3. La crisi paradossalmente riporta una domanda (non so quanto congiunturale) di programmazione generalista, ma le aspettative sono superiori alle risorse disponibili (traduzione: magari Fiorello tutte le settimane sarebbe un successo costante, ma chi ha i soldi per Fiorello tutte le settimane? ecc.).
4. D'altronde i dati di tutta Europa segnano un aumento del consumo di tv in minuti rispetto agli anni passati.

Poiché l'unico vero precedente che abbiamo è -ahimè- quello della Grande Crisi del '29, gli storici concordano sul fatto che quelli furono gli anni dell'esplosione della domanda di cultura di massa (cinema, fumetti, radio). Se ci pensate le grandi icone dell'entertainment sono nate tutte in quegli anni e ce le siamo portate dietro per tutto il secolo passato. Ma il punto è che quello era un modello di business, come si dice adesso, basato sull'utente finale (traduzione: chi produceva intrattenimento doveva vendere un prodotto -un film, una canzone, un fumetto, un rotocalco- al consumatore). Oggi il modello dominante è quello pubblicitario (vendere uno spettatore a un inserzionista). Ma i soldi della pubblicità non bastano più ad alimentare tutto il sistema. E senza i big spender, fondamentalmente i network televisivi, tutto il sistema si inceppa perché nessun altro può investire per produrre una fiction o un grande programma di intrattenimento, e neanche coprodurre un film (ci sta provando Sky ma nel suo modello non è un investimento sostenibile per tutto l'anno). Quindi? Quindi i grandi fornitori di contenuti devono imparare a navigare in un regime misto, in cui i soldi per il prodotto arriveranno in parte della pubblicità e in parte dalla spesa (micropagamenti) diretta dei consumatori. E' proprio lì che non puoi sbagliare. Ed è proprio lì che la vecchia scuola tv non aiuta. Insomma i network, pubblici e privati, devono trovare nuovi modi per fare soldi (far pagare il canone a tutti sarebbe già una strada, ma vale solo per la Rai). Anche perché stanno per affacciarsi nuove ragazze in città (Apple Tv, Google tv, Smart Tv e vattelapesca). E' il grande tema del futuro di internet, delle App, della possibile evoluzione dei social network. Ma per far questo ci vuole una rivoluzione copernicana nella mentalità del management. Non basta tagliare sulle mazzette dei giornali.

2 commenti:

  1. Bisogna richiamare Socci, è l'unica

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  2. Detta così, sembra che ci voglia un'idea, ma tempo che le idee siano tutte già vecchie e logore. Forse fare la pietanza con quello che c'è. Mi chiedo: perchè gli autori, visto il peso della pubblicità, non hanno alcun rapporto con gli operatori pubblicitari? Perchè un prodotto non può nascere lì, e in seconda battuta ingrossato dagli spiccioli del network?

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