domenica 29 aprile 2012

Il metodo Corona


Fabrizio Corona (2.390.000 risultati su Google).
Ieri Amici ha strabattuto il programma della Clerici e ho subito pensato che c'entrasse qualcosa l'affaire Belen.
Qualche ora prima, su facebook, avevo chiesto se fosse vera o no la storia tra Belen e il ballerino di Amici, di cui ovviamente fino a una settimana fa non conoscevo l'esistenza. Ero stato bersagliato di post superinformati, la cui gamma però andava dal non è vero niente a è tutto vero a ma la maglietta e la borsa indossate da Belen le vende Corona a il nuovo fidanzato di Belen non è mica eterosessuale al certo che lo è ecc. Tutto postato da esperti, veri e presunti, del ramo.
A Roma direbbero: ma che te frega? In assoluto niente. Ma anche sì. Perché l'idea che Fabrizio Corona sia lo stratega perfino dell'abbandono di Belen (con conseguente coinvolgimento della potentissima zona mediatica delle "figlie di Maria") dimostra che il personaggio Corona è considerato nel mondo dei media, obtorto collo, come una specie di genio della comunicazione, un corsaro della fama, un Bel Ami dell'era di internet.
Belen Rodriguez (9.560.000 risultati su Google).
Gli elementi distintivi di Corona, ciò che gli fa mantenere uno posto fisso dell'empireo del gossip, secondo me sono due:
1. Corona è un sex symbol, esattamente come Belen. Tutte le sue azioni, vere e presunte, tendono a mantenere centrale l'elemento erotico, fondamentale per la tenuta del personaggio. Un maudit in versione light, con un atteggiamento verso le regole e il potere consapevolmente irridente. Non così diverso, tutto sommato, da quello delle olgettine al telefono col Cav. Credete di manipolarci ma siamo noi che vi manipoliamo. Conosciamo le regole, abbiamo imparato tutto del potere e vogliamo usarlo a nostro vantaggio. Guardate quanto siamo fighi.
2. Ma Corona non è semplicemente una superfetazione del berlusconismo. Questa è la lettura ingenua che fa una parte dei commentatori di sinistra nei confronti di quel mondo. In realtà Corona può benissimo fare a meno di Berlusconi. A differenza di Lele Mora, finito a pagare per tutti come un grosso agnello sacrificale (e questa, diciamolo, è una patente ingiustizia che passa nel silenzio generale) Corona con due capriole e un balzo può dimostrare in ogni momento di fare il gioco suo e non quello degli altri.
Belen dopo l'incidente in moto (44.900 risultati).
E Belen? Per un curioso gioco di coincidenze a me è capitato per primo di scritturare Belen in un programma tv, tra l'altro per Rai Tre, non so se mi spiego. Beh, Belen è molto brava tecnicamente (ha memoria, sa cantare, ballare, se la cavicchia a recitare) ma soprattutto è molto fredda e determinata. E informata. Per dire: nel 2006 alle riunioni di Tintoria, alla Rai di Napoli, mi ha fatto scoprire TvBlog, che all'epoca neanche sapevo esistesse e che lei invece compulsava quotidianamente. Capito il tipo?
Certo, Belen e Corona all'apparenza sono molto diversi. Belen viene da una famiglia povera dell'Argentina, dove il darwinismo sociale lo impari a tue spese, e Corona è il figlio di Vittorio Corona, un grande giornalista che sapeva fare sia la carta stampata che la televisione ed è morto troppo presto per realizzare tutto quello che aveva in testa. Se Vittorio Corona aveva un difetto era quello di essere un po' snob, figuratevi un po'.
Però entrambi hanno capito benissimo l'Italia e gli italiani. Forse perfino troppo bene. Perché sia Corona che Belen sono fortissimamente convinti, a torto o a ragione, di una cosa: che l'unico merito che dalle nostre parti viene riconosciuto è il merito della furbizia.

sabato 28 aprile 2012

Cinema e reality, il nobiluomo e la fantesca



Una scena di Hunger Games.
Il cinema riscopre i reality show, in America come in Italia. Sull'argomento riposto qui, nell'ottica del riciclo virtuoso, il mio commento che il Venerdì di Repubblica ha pubblicato ieri.
Se dovessimo fare un paragone con cose più serie, tra l’individuazione della “fine della spinta propulsiva” e l’effettivo The End di un'idea possono passare vari anni. Per cui i reality, nati 14 anni fa in Olanda con Grande Fratello, potranno andare avanti ancora per molto tempo e magari, complice qualche congiunzione astrale o una favorevole combinazione dei palinsesti, strappare ancora dei successi. In Inghilterra Channel 4 ha rinunciato da due anni a Big Brother, che è stato acquisito dal meno prestigioso Channel 5; Big Brother Africa è però molto popolare, e nelle Filippine va perfino in onda un'edizione composta da concorrenti minorenni. Ma quel vento che squassò la televisione mondiale, uscito dalla testa di John De Mol, si è trasformato in bonaccia. Reggono gli Celebrity, cioé i reality i cui protagonisti sono personaggi dello spettacolo o comunque del “circo mediatico” (tanto per citare). E’ il caso, in Italia, dell’Isola dei famosi. Tutte vecchie conoscenze, una compagnia di giro che Luxuria ha trasformato con abilità in un programma family finto-trash, un genere per signore rassicurante e prevedibile. Il resto è talent, talent e talent.
Daria Bignardi (a destra) e Marina La Rosa nella prima edizione di Grande Fratello.
 Era nato con ben altre ambizioni, Grande Fratello. Che in Italia, con diabolica sagacia, il duo Gori/Bassetti riuscì a trasformare in un’operazione neo-generalista, mettendo assieme pubblici diversi anche grazie alla scelta di una conduttrice borderline (la Bignardi) e perfino di un press agent ai tempi ancora in odore di Botteghe Oscure, Fabrizio Rondolino.
Grande Fratello innovava la tv? Certo che la innovava. Grande Fratello era vero o era finto? Non era finto, non era vero. Era verosimile. Raccontava pulsioni realmente esistenti ma all'epoca ignote a un pezzo di questo Paese, consentiva loro di rispecchiarsi e di riprodursi. Al tempo stesso le “rileggeva” e ne fungeva da moltiplicatore.
Il cast di Reality, di Matteo Garrone, che verrà presentato a Cannes.
Il meccanismo del reality assomiglia a quello degli esperimenti sugli animali: non ordini al guinea pig di entrare nella gabbietta, sai che se c’è la carota lui ci andrà. Se metti la carota nel momento giusto tutto funziona. E’ un gioco che il pubblico d’elezione, quello che è cresciuto guardando “il GF”, ha però imparato meglio di noi. Agli occhi degli spettatori fedeli non sfugge più nulla, come ai pokeristi esperti. Non c’è mossa degli autori che non passi al vaglio degli occhiuti aficionados dei reality, basta avere la pazienza di leggere i loro forum. E quindi il meccanismo negli anni diventa scontato.
Oggi il cinema (ri)scopre il reality tv proprio quando quest’ultimo è nella sua fase del crepuscolo. Ma è il destino del rapporto tra cinema e televisione. La tv, quando si occupa di cinema, lo fa col sussiegoso imbarazzo della fantesca arricchita quando incontra il suo vecchio padrone. E il cinema tratta la tv con l’impeto moralista del vecchio possidente quando incontra la neo-ricca. Non c’è dialogo, e non ci sarà. Naturalmente, quand’è che il nobile decaduto viene a sapere delle vicissitudini della sua ex fantesca? Sempre per ultimo.

giovedì 26 aprile 2012

Glenville: 38.000 visualizzazioni

Grazie a tutti.

Il futuro del video: chi sale e chi scende


Il NAB 2012 a Las Vegas.

Il NAB, la fiera della National Broadcasters Association americana è finito da qualche giorno. E poiché le tendenze mondiali dell’hardware tv sono un segnale importante per capire dove andrà il mercato televisivo, ho provato a fare un riassuntino di quello che ne è venuto fuori con il sistema più semplice e banale: quello degli UP e dei DOWN.

Ecco gli UP:

Arri Alexa.
·      Il 4K, cioé la super-alta definizione. Tutti i grandi produttori di hardware hanno presentato sul mercato camere digitali (di costo medio-basso) in grado di produrre fotogrammi con una risoluzione orizzontale di 4mila pixel. 4K è la definizione adottata da tempo nel cinema per trattare digitalmente anche le riprese fatte in pellicola, e quindi potremmo dire che è indistinguibile dalla pellicola (a patto che il sensore della camera abbia una latitudine di posa paragonabile alla pellicola, ecc. ecc.). Ma la cosa importante è che negli Stati Uniti anche nell’ambito dei network si comincia a ragionare di 4K.

Blackmagic Camera.
·      Blackmagic Design con la nuova camera a 2,5K Blackmagic Camera, una piccola wannabe Red a 3000 dollari che registra anche in raw su disco solido. Uscirà a luglio, avrà sicuramente dei difetti ma il prezzo è eccezionale, come dicono gli americani, “game changing”. Se la nuova camerina australiana funzionerà saranno dolori per la Canon.
·      Thunderbolt, che comincia ad essere adottato da molte aziende ed è il nuovo velocissimo protocollo che rende obsoleti Firewire e USB3.
·      Adobe, con la nuova suite CS6. Premiere ha fatto passi da gigante, non riuscirà ad imporsi (per ora) nel settore broadcast ma il suo fratellino After Effects è diventato veramente potente, con un nuovo modo per gestire la cache che consentirà rapide previsualizzazioni e con le  nuove possibilità di compositing 3D.
Canon C500 a 4K.
·      Ancora Blackmagic con DaVinci 9.0, il sistema di correzione colore che fino a due anni fa era disponibile solo per i nababbi e le megaproduzioni ed adesso può essere usato praticamente da chiunque (a patto di imparare ad usarlo bene, ma questo è un altro discorso).
·      AVID, che anche se non ha fatto faville al NAB, con Media Composer 6 e la compatibilità con le schede di terze parti (AJA, Blackmagic e Matrox) oltre che con i file in ProRes, si avvia a ridiventare uno standard indiscusso nel broadcast (anche se tuttora legnoso).
·      ARRI che con l’aggiornamento di Alexa, tende ad essere il nuovo standard delle produzioni di cinema digitale e di fiction tv.

E adesso i DOWN (di solito uno va a leggere direttamente i DOWN):

·      Il cinema stereo 3D: ha già stufato e finché non ci sarà un parco televisori in grado di gestire lo stereo3D senza occhialini rischia di fare la fine dell’odorama.
·      La pellicola a 35 mm. Triste ma vero, forse inevitabile. E’ tuttora il meglio ma costa troppo (e negli Stati Uniti le troupe su pellicola hanno accordi sindacali più onerosi rispetto a quelle in digitale, e provate a indovinare se questo non è un elemento decisivo). Ieri l’Hollywood Reporter ha annunciato che dal 2014 Fox smetterà di distribuire film in pellicola 35mm nelle sale americane e passerà definitivamente al digitale.
·      Sony, che nonostante le interessanti proposte di camere digitali 4K fa fatica a mantenere la leadership nel prossimo mercato dell’hardware full digital (presto diremo addio ai costosi registratori a cassette, anche nelle versioni digitali e HD, e anche il bluray in scatola dello standard XDCAM rischia di essere solo un formato di passaggio verso lo stato solido e il cloud).
Apple FCPX 10.0.3.
·      E, incredibile a dirsi, Apple. Che mentre annuncia profitti sempre più stellari nel reparto consumer, sta gradatamente abbandonando il settore professionale. Le illusioni su una prossima uscita di una nuova “torre” a sostituire i vecchi Mac Pro si stanno spegnendo. Probabilmente avremo una versione “on steroids” dell’iMac, che andrà benissimo per i montatori full digital collegati in Thunderbolt ma sarà comunque meno potente di una workstation pc professionale e mancherà dell’anello di congiunzione di un potente software di montaggio. FCPX, il peggior errore mai compiuto dalla casa di Cupertino negli ultimi dieci anni, è stato un po’ migliorato nel suo ultimo aggiornamento ma rimane un prodotto prosumer, mentre quelli che ieri erano prosumer (i filmmaker e i videomaker) con la crisi stanno diventando produttori di se stessi, e hanno bisogno di qualcosa di più affidabile, professionale, elastico e espandibile. Comunque, quando si parla di Apple, mai dire mai.




martedì 24 aprile 2012

A parte gli Scherzi


Luca e Paolo a Scherzi a parte.

Fatma Ruffini è una produttrice di grande esperienza. L'intrattenimento Fininvest degli anni ’80 e ’90, nel bene e nel male, è in buona parte farina del suo sacco, così come la customizzazione di molti format internazionali, prima che società come Endemol le gestissero direttamente a livello planetario. Scherzi a parte è un format in gran parte suo, per lo meno a livello industriale.
La tv di Fatma Ruffini ha avuto sempre il suo punto di forza nell’essere totalmente indifferente al giudizio delle élites, di cui non si è mai curata. Come direbbe Mark Twain, è sempre andata “a caccia di una selvaggina più grossa: le masse”.  Ma tutto si logora, come si è logorato il modello anni 90 di Canale 5 (ancora forte nel target commerciale, dal quale però sono fuggite verso il satellite e il web le punte forse più interessanti dal punto di vista degli inserzionisti, così come l’alea mediatica, che pure conta).
Non so se sia venuta a lei o ai capi di Cologno l’idea di mettere assieme Luca e Paolo con il format di Scherzi a parte. Sulla carta tutto si sarebbe potuto risolvere in una colossale implosione, un flop come piace dire ai giornali. Invece l’operazione sta comunque tenendo (18-20% di share vuol dire attestarsi sopra la media di rete, in una giornata in cui Rai 1 spara le fiction, cioé la sua carta migliore sul pubblico anziano).
Fatma Ruffini.
E’ chiaro che Luca e Paolo si rivolgono al pubblico delle Iene (peraltro un pubblico super appetibile, come vi confermerebbe qualunque venditore di Publitalia), magari con qualche strizzatina d’occhio verso quel pubblico Rai in versione alta (leggi: Raitre) oggi istituzionalmente diffidente all’offerta mediaset (come si vede anche dalle difficoltà di Fabio Volo ad essere “accettato in società” sulla rete che fu della Dandini). Mentre lo spettatore tipo di Scherzi a parte corrisponde allo zoccolo duro della tv berlusconiana, detesta le “doppie letture”, ritiene che le avventure del “Cavaliere Mascarato” narrate da Ricci e dai suoi su Striscia la notizia siano al massimo un episodio di insider trading su cui si può chiudere un occhio. E’ un pubblico che vuole scherzi, scherzi, scherzi. Il problema è che quel pubblico non basta più a Canale 5 per risalire come un salmone le rapide della tv post internet e multipiattaforma.
D’altra parte quella tv era una tv molto costosa. Una serie di scherzi ben congegnati a veri vip ignari di tutto costano molto, sia in termini produttivi che di compenso “postumo” a favore delle vittime degli scherzi. E con questi chiari di luna molto significa troppo. Per cui tra scherzo vero e scherzo “sintetico” c’è ormai una gamma infinita di combinazioni, che vanno dallo scherzo in cui il vip mangia la foglia subito e interrompe la registrazione (e allora va convinto a suon di danari), a quello in cui, se il protagonista è un famosillo -come dicono in Spagna- accetterà di buon grado le vessazioni fingendo stupefazione e incazzature posticce anche se non è stato avvertito in anticipo dell’assalto a camere nascoste. In ogni caso, difficile mantenere per tanti scherzi a puntata il livello (oneroso) di quelli di dieci anni orsono. Costa meno il varietà. Anche se autoironico e borderline. Ecco allora che la strada della difficile convivenza tra due tipi di televisione (quella di Fatma Ruffini e quella, più ambiziosa verso le élites, di Luca e Paolo) risulta un impasto obbligato.  Che non ha ancora trovato, però, un completo amalgama. Perché la chiave di lettura la dà il palinsesto nel suo complesso.

lunedì 23 aprile 2012

Hunger Games? Evvai


Il 1° maggio esce nelle sale italiane Hunger Games, il film sci-fi su un reality show che diventa metodo di governo, tratto dal romanzo di Suzanne Collins. Sull'argomento ho chiesto un post ad un esperto.
Ciao. Mi chiamo Ken e ho partecipato due volte alle selezioni di Grande Fratello, ma non mi hanno preso. Dicono ke il prossimo anno Grande Fratello non si farà xke questo qua è andato male ma io non ci credo, avevano solo sbagliato il casting, quelli sò stati tre mesi a dormì e a fumà, infatti a me che avrei potuto sfondare non mi hanno preso. Una volta in un locale ho visto da lontano la Marcuzzi e allora je ho gridato A Marcù, too stanno a distrùgge il GF quest'anno.
Quoto ke Hunger Games sarà un successo, se faranno palate de soldi anche se in classe mia l'hanno già visto tutti xke Fabri l'ha scaricato da torrent (pace a megavideo) e ci ha passato la chiavetta. Dice ke adesso anche i registi del cinema italiano vogliono fare dei film sui reality, soprattutto Garrone ke è quello di Gomorra... Se lo fa come Gomorra sicuramente o me lo scarico o me le vedo direttamente a Porta di Roma con Terry. Gomorra sì che era un film fico, pure si se stavano sempre a lampadà, l'ho visto ke ero pischello ma m'è rimasta impressa la scena dei due ke sparano nel laghetto madonna com'era magro quello che poi dicono ke era camorrista sul serio. Camorrista però a suo modo abbastanza fico. Ma i miei miti sono quelli di Romanzo criminale anke se adesso non lo fanno più, ecco se ti devo dire uno che me risultava è chiaro che era il Libanese ke però poi è morto :-( . Secondo me Hunger Games potrebbe avere successo tipo Romanzo criminale. Tipo ke già la Cloe s'è portata dalla parrucchiera il cell col geipeg del film ke le avevo scaricato e je ha detto famme la treccia come Katniss te prego.
Hunger Games.
E ti dico anke ke i reality non sono morti xke almeno nei reality VERI noi ragazzi c'abbiamo delle possibilità, altrimenti tòcca da ammazza' qualcuno pe' risultà, xke questi so' i fatti. Con le vostre pensioni d'oro ci avete tolto la gioventù e pure il futuro :(
 Xke adesso anche il cinema italiano fa i film sui reality? ma io dico è semplice, xke quella è realtà vera anke se fosse tutto finto, tipo Ilenia e Rudolf ke fanno roba anche fuori, xke davvero credete ke senza telecamere sia tanto diverso? Ke se una è troia o uno ke è uno stronzo o una ke fa la vipera non si gestiscono uguale anche fuori dalla Casa? Ke poi parlando di reality sarebbe il GF perché quali sarebbero 'sti altri reality a parte quello degli americani bori ke fanno su MTV, e quello davvero nun se batte? Comunque i reality sono sempre meglio dei talent tipo Amici ke sono roba per le pischelle e i gai. :D L'altro giorno m'ha fermato una di Pomeriggio cinque ke me voleva fà un'intervista tipo: sono finiti i reality? Enno gli ho detto, io ce so' cresciuto coi reality, già nun ce sta lavoro e quello ke c'è i rumeni te lo fanno a meno soldi e te fanno pure la fattura, si ce levate pure il GF a noi giovani ke speranza ce resta? E sempre viva la Marcuzzi. E pure Katniss.
K

venerdì 20 aprile 2012

Tamburi di guerra al NAB


Anche i network piangono: broadcasters contro giganti di internet al Nab.
Se sapete cos’è il NAB saprete anche che il pubblico del NAB è fatto prima di tutto dai manager delle tv locali americane, un’istituzione un tempo fiorente e adesso in difficoltà, ma sempre imparagonabile per forza imprenditoriale e per realtà mediatica con il mondo delle tv locali italiane. La scorsa settimana Gordon Smith, un ex senatore repubblicano che da un po’ è il CEO del NAB (e quindi fa da capo-lobbista per le tv nella perigliosa traversata della presidenza Obama) ha fatto il suo discorso inaugurale nella più grande fiera di  ferraglia televisiva del mondo. E per la serie “tutto il mondo è paese” ecc. ecco cos’ha detto:
1. Il primo nemico sono i giganti di Internet (Smith ha citato sprezzantemente “the Googles and Wikis” che hanno sostituito il comandamento “non rubare” con “non censorerai internet”) e le società di telecomunicazioni;
2. Vogliono farci pagare per le frequenze. Ci vogliono fuori dai giochi;
3. Le compagnie del cavo e del satellite non vogliono pagare decentemente il segnale delle tv locali. Ma è proprio quello che i telespettatori vogliono di più: notizie locali e i programmi dei grandi network che le locali distribuiscono;
4. Ricordatevi che dei 100 programmi più visti in prime time, 95 vengono dai network, non dai “cable network” (pfui HBO!);
Gordon Smith.
 5. Faremo battaglia in Campidoglio, faremo lobby, faremo spot, andremo perfino sui social media per difenderci;
6. Attenti ragazzi, la Ford ha messo sul mercato un’automobile che può mandare e ricevere tweets, captare musica in streaming e accedere ai podcast. Allora lo streaming dovrebbe essere il futuro della radio?
7. Solo voi sapete cos’è meglio fare dalle vostre parti, comunque le Tv si devono assolutamente buttare sul mobile e sull’ultraHD. I nostri avversari stanno facendo proprio questo, sono spietati e pieni di soldi;
8. Una volta “tv dovunque” voleva dire una tv in ogni stanza, adesso vuol dire che devono poterci seguire tutti, in qualunque momento, in qualunque posto, con qualunque apparecchio. Non ci sconfiggeranno.
9. Le telco, quelli dei telefoni cellulari (la “wireless industry”) ci vogliono mangiare in testa, vogliono farsi la loro tv per il mobile e chiedono più frequenze al governo. E il loro servizio non sarà neanche gratuito come il nostro. Ma la broadband non può battere il broadcasting.
10. Staremo sui cellulari, sui tablet, sui computer portatili e sulle consolle di giochi. Staremo anche sui dispositivi che non hanno ancora inventato. I nostri avversari vogliono far credere alla gente che siamo finiti, proveremo loro che si sbagliano.
Ovviamente ho reso più esplicito un discorso che era stato formulato coi toni da vecchio arnese della politica. Comunque il testo originale lo trovate qui. E sembra l’ultimo grido del Generale Custer a Little Big Horn. Eppure le tv americane hanno già superato il punto più basso della raccolta pubblicitaria, mentre qui i dolori sono appena cominciati. Bisogna vedere cosa faranno i Sioux.

martedì 17 aprile 2012

Una quasi Red a 2500 euro?


UPDATE del 20.2.2013: Dopo tutti questi mesi stiamo ancora aspettando, le BMC escono dalla Blackmagic col contagocce. 

Ieri sera i server del sito della Blackmagic sono saltati più volte per le troppe connessioni.
Era successo che Blackmagic Design aveva appena annunciato al Nab (la fiera più importante del mondo per l'hardware tv) la sua nuova camera Blackmagic Cinema.
Grant Petty (il CEO della Blackmagic) secondo me è, nel suo campo, un piccolo Steve Jobs appena sovrappeso. Fa prodotti innovativi, belli da vedere, ad un prezzo imbattibile. Ha comperato DaVinci che costava come una Ferrari e adesso costa, completo, come una Yaris. Produce schede di montaggio affidabili e a basso costo. Con questa camera è arrivato come un fulmine a ciel sereno in un mercato, quello dei filmmakers e dei videomakers, in espansione. Un mercato che si stava struggendo nel dilemma: rimarrò nel campo delle DSLR, cioé delle macchine fotografiche digitali usate come macchine da cinema grazie al loro sensore e alle loro ottiche (ma non prive di difetti), o passerò alle nuovissime e ben più costose Sony F3, Canon C300, o Red Scarlet? (Arri Alexa ecc. ovviamente giocano in un altro girone). 
Grant Petty, un piccolo Jobs
 Adesso i filmmakers e videomakers hanno di che meditare: perché la Blackmagic Cinema costa 2500 euro! Ovviamente senza ottiche. E però con registratore su dischi SSD incorporato, il software DaVinci Resolve completo e Ultrascope in omaggio. Ma quel che più importa, la Blackmagic Cinema ha un sensore da 2,5K, 13 stop di gamma e acquisisce in Raw (o, a scelta, in ProRes e DNxHD). Cosa significa? che ha un'amplissima latitudine di posa, perché un fotogramma in Raw (similmente alla Red) contiene in sé tanta informazione che lo puoi "lavorare" in post produzione quasi come uno scatto di pellicola alla camera oscura.
Ho trovato già in rete un primo test fatto da un australiano, non sono belle immagini in senso stretto (per quelle ci vuole l'occhio di un bravo regista) ma qualunque Dop può notare che se inquadri il cielo né le nuvole né i muri delle case in controluce perdono dettaglio, è il sogno di ogni filmmaker senza tanti soldi.
Vedremo se il NAB ci riserverà altre sorprese, ma quando in una situazione di crisi economica come questa trovi gente in grado di innovare con coraggio fa sempre un gran piacere.
(Non ho amici alla Blackmagic e uso per lo più schede Aja). 
UPDATE: Un nuovo test qui.

lunedì 16 aprile 2012

Addio Britannica, senti un po' Wikipedia




L’edizione cartacea dell’Enciclopedia Britannica non verrà più pubblicata. Diffuso l'annuncio, le copie ancora disponibili sono andate a ruba (1400 dollari, più i costi di spedizione di 58 chili di libri). Nel frattempo Wikipedia regna incontrastata come “reference book” a livello mondiale.
Vi risparmio il lamento nostalgico, l’odore dei libri, i ricordi di gioventù ecc., perché questa non è una puntata di Downton Abbey. Riconosciamo a ciglio asciutto che è più comodo digitare una parola chiave su Google che prendere la scaletta per acchiappare il volume 27 dallo scaffale più alto della libreria. Onestamente, quante volte l’ho consultata? Forse due o tre volte?
Il problema è un altro: e cioé: quante volte usiamo Wikipedia? Tante, troppe volte. Ma soprattutto troppe volte senza controllare le notizie.
Il principio “Wiki” è abbastanza geniale e sui grandi numeri è efficace: se io scrivessi, alla voce Einstein, che era maniaco degli aquiloni qualcuno da qualche parte del mondo, entro pochi minuti, mi correggerebbe.
Albert Einstein
Se scrivessi che Dante è nato nel 1266 avverrebbe la stessa cosa. Ma sulle voci meno consultate (e sono decine di migliaia, forse centinaia di migliaia) chi mi garantisce che non sto leggendo delle fregnacce? Si dirà: le “discussioni” e i controllori di Wikipedia. Che fanno un lavoro meritorio. Ma a titolo gratuito e senza esporsi in prima persona. Quindi quando leggo che "La prima trasmissione televisiva italiana verrà realizzata ufficialmente nel 1954 dal Centro di Produzione Rai di Via Verdi, a Torino” sono tentato di prendere per buona una notizia inesatta. A meno che non abbia avuto la pazienza di controllare qualche numero del Radiocorriere del 1953, o sappia che cos’era Arrivi e partenze. E come ha scritto tempo fa Nicholas Carr “qualcosa che aspira ad essere un’opera di consultazione dovrebbe essere giudicata dalla qualità della sua voce peggiore”.
Non è un discorso contro Wikipedia: il sistema Wiki ci consente di trovare voci su argomenti che non rientrerebbero in nessuna enciclopedia, né cartacea né online. Ma è come l’uso dei conservanti: un dado, una bevanda gassata, un panettone ecc. pieni di conservanti assunti qualche volta non fanno niente, se sono la tua unica fonte di alimentazione non so.
Per cui secondo me bisognerebbe perlomeno stabilire una regola etica: quando un giornalista scrive un pezzo (per la carta stampata, per la televisione o peggio per il web) usando solo e soltanto come fonte Wikipedia, dovrebbe renderlo esplicito. Una specie di bollino: scritto solo con Wikipedia. Sottotitolo: perché non ho voglia di faticare. Se poi ho scritto delle cazzate o delle banalità, è colpa mia.

sabato 14 aprile 2012

Razzista per un giorno

La Risiera di San Sabba a Trieste,
unico lager nazista in Italia.
A proposito di Facebook e della privacy sul web questa ve la devo raccontare. Per Cosmo è in cantiere da tempo una puntata sul razzismo. Che parte dalla demolizione delle “pseudo scienze” razziste che stanno nel non detto di tante persone, magari dietro una facciata politically correct.
Decidiamo di occuparci anche del razzismo antiebraico, perché come si vede dalle cronache, e purtroppo non solo in Italia, è un sottile veleno che torna ad affiorare, col suo bagaglio di ignoranza e di superstizioni. E per gli spacciatori di questa paccottiglia Internet è un pascolo sterminato.
Insomma: interpelliamo la Comunità ebraica, lavoriamo sui servizi (decidiamo di girare alla Risiera di San Sabba, a Trieste) e a un certo punto dico: ma come possiamo raccontare la propaganda hitleriana?
Il bellissimo cartoon antinazista con Paperino,
purtroppo ritirato dalla circolazione dalla Disney.
Ci sono immagini della tv nazista (le abbiamo già grazie a un documentario che abbiamo prodotto quattro anni fa sulla preistoria della televisione), ma non bastano. Allora trovo in rete un filmato razzista tristemente famoso e con un certo disagio lo visiono per trovare un’immagine significativa (ad esempio, c’è Einstein bollato come nemico dell’umanità).
Il giorno dopo apro il mio facebook e ci trovo un link: “Gregorio ha visionato su Dailymotion il filmato Xy” (evito l’inquietante titolo per non indicizzarlo nuovamente). E sotto, un bel like del primo che passa. Ma come? Se visioni un filmato su Dailymotion ti va automaticamente su fb? Cos'ho combinato? Ho cliccato nel posto sbagliato? E come funzionano i motori di indicizzazione?
Uno può dire: ma che te ne importa? Me ne importa. Da quando per mio figlio ho comperato su Amazon il trenino Thomas ogni volta che vado su un qualunque Amazon la pagina mi consiglia unicamente trenini, giocattoli e libri di Thomas. Domani cosa mi proporranno i motori di Facebook? E quelli a cui Facebook vende le informazioni sui propri iscritti, cosa mai vorranno propormi? Tremo alla sola idea.

lunedì 9 aprile 2012

Mike Wallace e la lezione dei grandi vecchi


Mike Wallace e Harry Reasoner (1968)
L’altro ieri è morto Mike Wallace, l’ultimo dei grandi vecchi del giornalismo televisivo americano. Wallace era l’anima di 60 Minutes, che è da 44 anni il portabandiera dell’inchiesta televisiva “hard” alla tv americana.  Trasmesso dalla CBS (la più newyorchese e liberal delle tre network storiche), sulla scia della lezione giornalistica di Edward Murrow, 60 minutes è sempre stato un programma di successo: vinceva quasi sempre la serata rispetto alla concorrenza, un segno di solidità e di credibilità conquistata sul campo. Del news magazine alla Time o Newsweek 60 Minutes aveva mutuato anche lo stile di presentazione. In giornalista che firmava il “pezzo” lo lanciava avendo dietro di sè, in chromakey, l’immaginaria copertina del servizio stesso, come se avessimo aperto una pagina di un settimanale. E i contenuti? Peli sulla lingua, zero. Come disse una volta Mike Wallace “facciamo le domande che vorreste fare voi”.
A cosa assomiglia 60 Minutes? Direi al primo Tv7. Che iniziò molto prima, nel 1963, e fu il fiore all’occhiello della gestione Bernabei della Rai. Il primo segno del centro-sinistra in tv. Tanto il Tg1 era stretto nelle maglie di un’informazione istituzionalmente reticente e governativa, quanto il suo settimanale si prendeva libertà importanti, non senza conseguenze politiche: per il giornalista che aveva firmato il pezzo (uno per tutti Sergio Zavoli per la sua storica inchiesta sul Codice Rocco), e per il responsabile ultimo del programma (Fabiano Fabiani si dimise da direttore del Telegiornale dopo un durissimo servizio di Furio Colombo sulla guerra nel Vietnam).
Il logo attuale di 60 Minutes (CBS)
60 Minutes, come Tv7, non era un talk show. Niente chiacchiere in studio tra i soliti noti. Quelle di 60 Minutes e di Tv7 erano vere inchieste giornalistiche, girate benissimo (in pellicola), e montate con asciutto pathos televisivo. Erano televisione, appunto, non radio. Diciamo che erano prodotti fuori dalla portata del raccomandato medio. Assomigliavano molto più al lavoro di Milena Gabanelli che a quello di Augusto Minzolini (parlandone da direttore).
Sì, Tv7 era nato prima di 60 Minutes. E giornalisti come Sergio Zavoli, Andrea Barbato, Gianni Bisiach. Furio Colombo, Beppe Fiori, Arrigo Levi, Piero Angela, Piero Pratesi, Ennio Mastrostefano, Emilio Ravel e molti altri avrebbero potuto agevolmente condurre 60 Minutes come qui fecero con Tv7.
Mike Wallace pagò anche lui duramente, per un servizio sull’esercito americano che per poco non gli costò la carriera e che lo gettò per anni in una profonda depressione. Chi ripete l’antico detto sul mestiere del giornalista (“sempre meglio che lavorare”) evidentemente non ha mai conosciuto Mike Wallace, o Andrea Barbato, o tanti altri che la Rai, ogni tanto, dovrebbe ricordare.
[Ho saputo adesso che è morta Miriam Mafai, un'altra bruttissima notizia.]

video
La sigla di TV7 (1963). La musica è Intermission Riff di Stan Kenton. Niente conduttore, niente studio, solo grafica. Una lezione di stile che andrebbe rimeditata.

Easter Egg: Star Wars "User Generated"

Visto che è Pasqua è d'obbligo l'Easter Egg. Mi sembrava molto adatto, come sopresa nell'uovo, l'incredibile mash-up di tutti i remake "user generated" di Guerre stellari finora conosciuti che è stato diffuso due mesi fa in rete. Si chiama Star Wars Uncut e già nella reinterpretazione del famoso rullo iniziale fa la sua figura.
Sulla moltiplicazione delle parodie user generated dei film, delle serie e dei cartoon di culto, che ormai raccolgono milioni di visualizzazioni sul web, sarà il caso di tornare perché si tratta di un fenomeno di massa su scala planetaria. Ma visto che oggi è festa limitiamoci a questo suntuoso Easter Egg presentato su Vimeo (e in sd anche su Youtube). Auguri.

venerdì 6 aprile 2012

Lo sguardo di Marina

Marina Abramovich durante la sua performance al MoMA.

Sono cresciuto sulle vignette degli Addams (non la serie televisiva, proprio le vignette di Charles Addams). Me ne ricordo una in cui si vede la platea di un cinema in cui tutti gli spettatori singhiozzano o si asciugano le lacrime, tranne lo zio Fester che ride a crepapelle. Per cui sono refrattario ad ogni forma di commozione indotta dallo schermo.
Però vedendo ieri The Artist is Present, il documentario di Matthew Akers e Jeff Dupre su Marina Abramovich, la più grande performer che il mondo ci abbia donato negli ultimi due lustri, non ce l'ho fatta.
Ho conosciuto Marina Abramovich quindici anni fa (facemmo una cosa su di lei alle Notti dell'Angelo, credo fosse un'idea di Alessandra Galletta) e mi rimase subito stampata in testa. Il film di Akers e Dupre è davvero un grande film, bisognerebbe proiettarlo nelle scuole.
Una celebre performance di Marina Abramovich reinterpretata al MoMA.
Non è facile produrre un documentario che ha la durata di un lungometraggio e le velleità di un biopic senza essere didascalici o smielati, ma loro ci sono riusciti. Credo sia stato un lavoro immane (una presenza intrusiva a casa di Marina e interminabili riprese al MoMA, durante i tre mesi della sua performance, immobile per ore e ore davanti ai visitatori, uno dei quali, a turno, poteva sedersi di fronte a lei per un tempo indefinito. Una collezione di primi piani che da sola vale il film). Girato benissimo, con un sapiente uso degli archivi e montato con altrettanta grazia. Se vi capita cercate di vederlo, The Artist is Present. In fondo, è un film sullo sguardo. E sulla contemporaneità. Quindi, sulla televisione. Non a caso l'Head Producer è l'HBO (con Avro Television e la collaborazione di GA&A).

Gli occhiali di Google


Gli occhiali di Google potrebbero assomigliare a questi (speriamo di no).

Visto che si sente sempre più spesso parlare di realtà aumentata (soprattutto da quelli che collezionano le annate di Wired -americano, naturalmente), Google ha pensato bene di dimostrare al mondo che loro sono già avanti nella progettazione degli occhiali suddetti, che naturalmente si collegheranno in cloud tramite wifi. E naturalmente gireranno sotto Android. Sai che risate girare per Roma o Milano fidandosi del wifi della Provincia. Comunque presto o tardi questa roba funzionerà (magari non così intrusiva, ma sempre meglio che tenere un iPhone in mano come una Bibbia tascabile). Questo sotto è il video fresco fresco di Google (Project Glass[es]). Chissà se fanno male agli occhi. (Sì lo so che come post è scarsino, però non mi sono fatto ancora un'idea precisa sulla augmented reality, mi sa ancora troppo di effettino after effects da serie low budget. Studierò. Comunque è sicuro che tutti i big, Apple compresa, si sono buttati sui wearable computers).


giovedì 5 aprile 2012

Nero ci piace anche a cazzo di cane


Sullo scorso Venerdì di Repubblica ho scritto un intervento a proposito del nuovo Nero Wolfe interpretato dalla coppia di Boris, Pannofino/Sermonti. Poiché stasera Nero Wolfe va in onda, ho una scusa per ripostarlo qui. (Avevo potuto visionare la prima puntata in dvd, quindi è un pezzo "informato").
Pannofino (Wolfe), Luotto (il cuoco), Giulia Bevilacqua (la femme fatale) e Sermonti (Archie Goodwin)

Il problema non è la presenza del Nero Wolfe “a cazzo di cane” interpretato da Pannofino. Che è un’idea parodistica e divertente. Il problema è l’assenza di Romolo Grano. Se non sapete chi è Romolo Grano, visto che neanche Wikipedia ci ha pensato, ecco un breve ripassino: Grano è stato il musicista che ha sonorizzato gran parte dei programmi Rai del post-1968. Aveva studiato il folk, introiettato le orchestrazioni alla Morricone ma voleva anche sperimentare con la musica elettronica (erano gli anni di Stockhausen, Berio e Luigi Nono). E sonorizzò il vecchio Nero Wolfe di Belisario Randone e Giuliana Berlinguer a colpi di musica elettronica e di ardite dissonanze (ci pensate adesso, una fiction Rai immersa nella dodecafonia?). Eppure Grano aveva anche scritto la sigla del Segno del comando ("Cento campane stanno a dì de no").
Tino Buazzelli in Nero Wolfe (1969)
Ma quella era la Rai del 1969. Ecco: se pensate di ritrovare quel Nero Wolfe scoprirete qualcosa di totalmente diverso: un’idea furba (trasportarlo nella Roma dell’immediato dopoguerra) e una soluzione intelligente (Pannofino che imita Buazzelli, Sermonti che riporta a fumetto il teatro leggero di Paolo Ferrari), che potrebbero anche funzionare. Ma le musiche elettroniche piazzate a sottofondo delle elucubrazioni di Nero Wolfe, no, quelle non le troverete.
Perché il Nero Wolfe di Giuliana Berlinguer era uno “sceneggiato” sperimentale. Anche se Manhattan si vedeva solo nella sigla di testa e di coda, l'effetto era quello di trasportarci a distanze siderali dagli spaghetti e dall’idrolitina della tavola italiana. Orchidee, piatti spesso indigeribili per noi latini, un’estetica cool. Quella del Linus di Giovanni Gandini e di Oreste del Buono, della Olivetti Valentine, delle pubblicità dei whisky. Insomma, la New York del Wolfe del 1969 era Milano, la modernità sconosciuta e le sue nuove insidie.
Invece la Roma del Wolfe di Casanova Multimedia è, appunto, Roma. Nero Wolfe e Archie Goodwin assistono a risse in romanesco e lo sguardo di Wolfe/Pannofino sembra dire "Non entro nella rissa perché sto a ffà Nero Wolfe, ma me ce vedrei".
C’è qualcosa di curiosamente iconoclasta in questa riscrittura. E sicuramente la femme fatale Giulia Bevilacqua, sopra le righe come una figurina femminile in un fumetto degli Aristocratici sul Corriere dei ragazzi, vale la puntata. Rex Stout invece non è pervenuto. Poco male, sia chiaro, va bene tradire i personaggi, non prendetevela con Luca Barbareschi (ogni volta che fa una fiction, da Le ragazze dello swing a Il campione e la miss giù tutti a dargli addosso perché è Barbareschi, invece si nota un inconsueto amore per il prodotto che, immagino, lo costringa a ogni nefandezza pur di portarlo in porto).
Ma non cercate l'effetto nostalgia di quando vi sentivate intelligenti a guardare Nero Wolfe alla tv. Il vecchio Nero serviva a sperimentare, il nuovo a rassicurare. Una volta la Rai stabiliva lo standard, oggi ospita le repliche di Boris. Comunque, sempre meglio dell'ennesima storia di santi ciclisti e navigatori.

[P.S.: Dopo l'uscita dell'articolo ho ricevuto una gentile telefonata dal maestro Grano. Mi ha anche raccontato di aver effettivamente seguito il lavoro di Luigi Nono al mitico Studio di fonologia della Rai di Milano, molto atttivo in quegli anni.  Sono contento che sia in buona salute.]

mercoledì 4 aprile 2012

Se la BBC lancia il pay-per-view


L'iPlayer della BBC.
Questo post è per addetti ai lavori. Ma neanche tanto.
La notizia è che la BBC si sta organizzando per fornire a pagamento (micro-pagamenti online tipo iTunes ma su una piattaforma tutta sua, quella di iPlayer), una serie di contenuti. Inizieranno con l'archivio. Il progetto è stato messo a punto dal Direttore generale uscente della BBC, Mark Thompson, che gli ha attribuito l'esotico nome di Project Barcelona. Vuoi scaricarti in alta qualità e quando vuoi tu, sul tuo pc o sul tuo tablet (o sulla tua smart tv) una intera puntata di Doctor Who? Paga. Magari poco, magari meno di una sterlina, ma paga.
Chi segue questo blog sa che siamo sostenitori dei micropagamenti come unica strada, nel medio periodo, per garantire il futuro alla produzione di contenuti (cinema, tv, libri, musica). Anche in tv, bisogna passare dall'idea che i contenuti li pagano tutti gli inserzionisti (bei tempi!) a quella per cui i contenuti li pagheranno sempre di più i consumatori. Poco, ma li dovranno pagare. E' forse l'unica via per uscire dalla crisi della pubblicità, dalla crisi delle sale e dalla crisi dell'home video. E vale anche per i network privati. Altrimenti impiccatevi ai peer to peer.
Per questa strada, iniziando con il repertorio (e la library BBC è tenuta come un gioiellino, argomento questo di cui abbiamo già parlato) si può arrivare a produrre fiction ed eventi (ma anche film) che vengano retribuiti anche con il pagamento diretto da parte di chi li guarda. In fondo dopo la crisi del '29 l'industria dell'intrattenimento non andò affatto in crisi, anzi. Perché la gente pagava per essere intrattenuta. Non di solo pane vive l'uomo.
Mark Thompson vuole aprire il negozio digitale della BBC.
 Naturalmente questa prospettiva, annunciata per ora sommessamente dalla BBC, ha fatto scoppiare le polemiche anche nel Regno Unito ("ma come, già paghiamo il canone e adesso dovremmo tirare fuori altri soldi?"). Ma tanto non c'è altra strada, e meglio questo che un 30% in più di licence fee. Qualcuno dirà: ma la Rai non ha più i diritti della maggioranza delle cassette che custodisce al Salario (l'archivio centrale della tv pubblica). Va bene, neanche Apple li ha, vuol dire che farà dei contratti con i detentori dei diritti o di parte dei diritti, commisurati alle vendite effettive. E' una strada semplice per tirar su un po' di soldi e non deprimere, ma anzi rilanciare, anche se gradualmente, la produzione di contenuti. Così semplice che non si farà.

martedì 3 aprile 2012

Endemol è uscita da Mediaset


Sabrina Mbarek, vincitrice del Grande Fratello 2012 (c) Rti/Endemol
E così, dopo Emilio Fede, si stacca un altro petalo della vecchia Mediaset. Certe volte le cure dimagranti possono tonificare. Questo distacco probabilmente farà bene a tutti e due, a Mediaset, che oltre a risparmiare dovrà guardarsi attorno in cerca di idee nuove, e a Endemol, che ha bisogno di darsi un’iniezione di creatività e di brandizzazione. (E di nuove killer applications, Big Brother ha 14 anni). Perché se è vero che Mediaset è uscita da Endemol, è anche vero che Endemol è uscita da Mediaset.
Da noi si tende ad identificare Endemol con Endemol Italia, mentre Endemol è un agglomerato di 80 società nazionali,  in 30 Paesi diversi, molte delle quali preesistenti, alcune delle quali con grandi potenzialità, e non solo un commercializzatore di format altrui, come siamo abituati a viverla qui.  Parte di Endemol è anche la Zeppotron, che in Inghilterra ha prodotto il capolavoro Black Mirror, per capirci. 
Il problema è: qual è l’effettivo valore aggiunto di questo network? In un mondo in cui Internet, molto più e molto prima dei mercati come il Mip, globalizza in tempo reale trend, format e idee (quando arrivi a Cannes per il Mip sai già tutto); in un mondo in cui le connessioni tra società di produzione  locali e broadcaster vengono sconvolte dalla velocità della rete, che ti fa conoscere tutto quello che bolle nelle varie tv del mondo (per cui la società X propone a un network il format della "filiale" australiana della società Z senza neanche chiederglielo prima e poi va dalla società Z a e dice ragazzi l’ho piazzato, se volete vi pago i diritti, oppure facciamolo insieme o niente), quanto è strategico stare dentro un terminale  di questo network?
Big Brother, versione inglese (c) Endemol
Si dirà: ma c’è il know-how. E’ vero, e questo secondo me è stato sottovalutato da Mediaset perché avevano davanti il modello italiano, che è un modello molto particolare anche rispetto alle altre Endemol sparse per il mondo. E lo è per una ragione strutturale che non dipende dal management di Endemol. In Italia le società di produzione televisiva (almeno nel vasto mercato dell’intrattenimento, la fiction fa discorso a sé) non riescono a sviluppare appieno uno stile, un’esperienza di bottega produttiva, un proprio brand riconoscibile perché da sempre sia Mediaset che la Rai hanno voluto mantenere una propria fabbrica da cui anche le società di produzione (tranne casi particolari) dovevano passare. In altri termini: tu casa di produzione mi porti un’idea, un gruppo autorale e una redazione con skill particolari (ad esempio nel campo del casting tv); io broadcaster metto le troupes, le maestranze, le scenografie, gli studi, i montaggi ecc. In questo modo però non si sa mai quanto un programma sia farina del sacco del broadcaster o della società di produzione, non si sviluppano professionalità specifiche (né della casa di produzione né del broadcaster) e- last but not least- non si risparmia neppure, si perde semplicemente un sacco di tempo a discutere di minuzie.
Black Mirror (c) Zeppotron/Endemol
Quando dovevo fare Cronache marziane Marco Bassetti mi portò a vedere la versione spagnola: entrammo in uno studio Endemol dove una troupe Endemol mandava in diretta alla Cinco il segnale di un prodotto Endemol realizzato da Endemol. Se poi va male sai con chi prendertela. Da noi questo non è possibile, e ciò non ha portato particolare giovamento né a chi lavora nelle grandi televisioni né ai costi di Rai e Mediaset.
In ogni caso, il modello per Mediaset o Rai non può essere quello del ritorno alla produzione tutta interna. E’ uno slogan che fa sempre effetto sui politici, che di queste cose di solito non capiscono un’acca, e sui lavoratori delle rispettive aziende. Ma è uno slogan illusorio. BBC fa programmi riconoscibilissimi da un miglio di distanza, eppure perfino la sua “tribuna politica” (Question Time) è appaltata totalmente a una società esterna (e va in diretta!). Si può far bene gli editori mettendo in competizione gruppi di lavoro interni e società esterne, e magari in questo modo risparmiare anche. Ci vuole molta elasticità per muoversi oggi in questo complesso mercato.

Comunque, due cose sono certe. La prima: per Mediaset e Rai è ora di tornare a fare gli editori. Non i capomastri. E la seconda: vi immaginate se l’Apple fosse stata gestita dalle banche? Ecco, speriamo che Endemol trovi presto un compratore "del mestiere".

lunedì 2 aprile 2012

Tv, facebook e canzoni

Da The Telegraph.

Dice il Telegraph che una società britannica che fa vendita e assistenza online di telefonini, tablets ecc., la Carphone Warehouse, ha pagato un sondaggio da cui verrebbe fuori che il 68% delle donne inglesi non usa più i settimanali specializzati (le guide tv, insomma gli equivalenti di Tv Sorrisi) per orientarsi tra i programmi televisivi, ma preferisce affidarsi ai social network, in primo luogo a Facebook. L’amica o l’amico ti segnala o ti raccomanda il programma e tu lo vai a vedere. Si fidano di più, la cosa è più immediata, è interattiva ecc. Tutto molto social.
Non è una grande novità, ma è l’ennesimo campanello d’allarme per i giornali specializzati. Il sondaggio aggiunge un elemento interessante: dice che un numero sempre maggiore di donne inglesi segue i programmi sul tablet o sul computer anche perché in questo modo non si sente criticato dal resto della famiglia per le sue scelte.
Sorrisi e canzoni (1965)
Un po’ come se una si nascondesse in bagno con l’ipad per gustarsi  Uomini e donne o Beautiful di nascosto dai figli grandi. Sarà vero? Da noi magari è ancora un fatto di nicchia, ma se questa è la tendenza ci sarebbe motivo per riflettere.
In ogni caso, in una tv che è più di flusso e meno di appuntamenti fissi, in cui gli spettatori non si ricordano l’ora il giorno ma si ricordano il programma (e quindi, almeno tendenzialmente, se lo cercano al giorno e all’ora che più fa comodo a loro), qual è il ruolo dei settimanali specializzati? Non tanto oggi ma domani, quando le lettrici che sono lo zoccolo duro di quei giornali saranno definitivamente passate a miglior vita?
Non è facile rispondere. A occhio e croce c’è sicuramente un pubblico che vuol sapere qualcosa sui propri beniamini, sulle serie che ama, ecc., ma la schedule degli appuntamenti la va a cercare da altre parti e in altri modi. (Magari sulla guida elettronica programmi, quando funzionerà davvero anche da noi). Quindi i palinsesti non sono più l’elemento trainante, o per lo meno, lo saranno sempre meno. Tranne che per i grandi eventi. In bocca al lupo ad Aldo Vitali.